Due risorse da salvare
Acqua e suolo

Acqua e suolo sono alla base della vita. Stiamo trasformando anche il suolo e lo vediamo nel cambiamento di colore. Se il terreno conserva le potenzialità per assorbire l’acqua, questa può trasmettere benefici, diversamente l’acqua può trasformarsi in un pericolo sia per la nostra incolumità che come fonte di cibo: i suoli allagati non saranno produttivi per tanto tempo. E al mantenimento di questo perfetto e naturale equilibrio, risalente alle origini della vita sulla Terra, l’uomo gioca un ruolo fondamentale, sia per le scelte di vita che per i ritardi nel mettere in atto adeguate soluzioni, atte a salvaguardare la biodiversità che è in grande pericolo. L’Italia, come tutta l’Europa, è più esposta ai disastri naturali: dal 1980 al 2022 nell’Ue i danni da eventi estremi hanno raggiunto i 650 miliardi di euro (43% da inondazioni, 8% da siccità e incendi) soprattutto nel 2021 e 2022. Quest’anno sono già 2000 gli eventi eccezionali, eppure il Piano del governo di contrasto è fermo! Assistiamo sempre più a ghiacciai che si ritirano e si spaccano, deserti  sono i fiumi e i laghi  che se si abbassano e si asciugano lo lasciando emergere i letti sabbiosi o  affiorare fondali  rocciosi.

Prima siccità, poi allagamenti.
Nel terreno devono rimanere gli spazi fra i colloidi (particelle più piccole che compongono il terreno e derivano dalla massima disgregazione dei minerali e dalla decomposizione della  sostanza organica) che lo compongono, spazi che potranno poi ospitare l’acqua (fig. 1). Questa funzione, definita assorbimento meccanico, è strettamente legata alla porosità del terreno, di fungere cioè da filtro che lascia passare le sostanze disciolte in acqua,  trattenendo le particelle più grandi. L’eccessivo calpestamento riduce gli spazi fra le particelle del terreno, rendendo difficoltoso l’assorbimento dell’acqua. Dovremmo sforzarci di rispettare il suolo e riportarlo alle sue condizioni iniziali, anziché alterarlo estraendovi tutte le risorse naturali di cui è dotato o, ancor peggio, occuparlo rendendolo così chiaramente impermeabile. Ne abbiamo già ampiamente parlato da tempo ed è ora di agire!
Il suolo “mangiato” dal cemento
Purtroppo l’eccessiva cementificazione (in Emilia Romagna il consumo di  suolo è fra i più alti,
Foto 1 – Fermiamo le alluvioni – Suolo e vegetali cambiano colore. Negli  ultimi anni il terreno si “sbianca” (foto a fianco  titolo) a causa della perdita di sostanza organica.  Questo fa perdere al terreno la plasticità necessaria a mantenere quella sofficità che gli permetta di  incamerare l’acqua piovana. Ma non solo, rende difficile coltivare le varie specie  agricole dalle quali ricavare  cibo: aumenta sempre più il divario produttivo con gli altri partner europei (-25%), evidentemente a danno della concorrenza. Le coltivazioni biologiche dovranno trovare sempre più posto: in Italia rappresentano il 15,6% della Sau, con l’Emilia Romagna al 19% (al 5° posto con 200 mila ettari) e un volume di acquisti che nel 2023 si è attestato intorno a 2 miliardi. al 9%,) lo rende impermeabile e l’erosione eolica e idrica dei primi strati di terreno,  stanno accentuando il suo degrado al punto che, proseguendo di questo passo, al 2050 andrebbero persi altri 198mila ettari di terreno, con un costo nei servizi offerti di oltre 100 miliardi di euro al 2030.  Senza stimare i danni ambientali, il solo valore della produzione agricola persa nel mondo è pari a 400 miliardi di dollari l’anno: circa 1000 ettari (ogni ettaro sono 10 mila mq) di suolo perso ogni ora… Queste le previsioni contenute nel rapporto “Senza suolo: i catastrofici effetti di cementificazione incontrollata, incendi” del Centro Studi Divulga. In 10 anni il consumo di suolo in Italia è stato di 15-19 ettari/giorno, con una perdita di servizi ecosistemici di 8,6 miliardi/anno di perdite produttive di cereali,  foraggere e frutteti. Eppure i campi coltivati sono la nostra ancora di salvezza, sia alimentare che difensiva. Per ristabilire l’equilibrio ecologico occorre dare maggior impulso alle buone pratiche agricole (sistemazioni idrauliche accurate, lavorazioni a ridotto calpestamento, colture di leguminose per la copertura dei terreni fra le rotazioni)e stop alla espansione urbana incontrollata (foto 1).

L’agricoltura deve fare la sua parte, essere più ecologica
L’agricoltura intensiva, con inappropriate rotazioni, fertilizzanti di sintesi e ridotti tempi di riposo dei terreni, ha trasformato il suolo da fertile in “minerale”, povero di nutrienti naturali. Attualmente i suoli agricoli, dicono le analisi, contengono 1/3 della materia organica presente a metà anni ‘50: e, dicono gli scienziati, per riportare all’origine un decimetro servono fra i mille e 10 mila anni. E ben venga che l’Anbi (Associazione delle bonifiche) ritenga indispensabile avviare un piano capillare per la realizzazione di 10.000 invasi per incrementare di 435.000 ettari la superficie irrigabile in Italia. L’acqua è un bene prezioso; dobbiamo conservarlo prima che finisca in mare e riutilizzarlo oltre quell’attuale 4% (Arera stima un potenziale del 21%). Ce ne accorgiamo solo ora della siccità e delle alluvioni!? Con la perdita di una componente, che sia sostanza organica o acqua, nella struttura fisica del suolo, si chiudono gli interspazi fra i colloidi facendo perdere la plasticità a suolo e fossi, che fra l’altro chiudiamo (fig. 1): il tutto accentuato dall’eccessiva impermeabilizzazione dei suoli dovuta a calpestamento eccessivo e a strade, case, infrastrutture (l’urbanizzazione è ultimamente aumentata del 30% – via tutti a costruire in barba alle norme!). E la  vulnerabilità alle alluvioni aumenta. Oggi è al 61%: siamo la regione con più aree in pericolo, 4 volte di più delle altre! In queste condizioni le piante hanno difficoltà ad approfondire il proprio apparato radicale (foto 2) che oggi si ferma a 70-90 cm di profondità (prima dell’Era industriale arrivava a 40 m).
E poi ci meravigliamo se in città gli alberi cadono al primo fortunale e le strade si allagano subito!!!

FOTO 2A

FOTO 2B

FOTO 2A e B – In fase di realizzazione di boschetti urbani, sarebbe importante“ lavorare” il suolo sottostante (circa 2 m) per eliminare quello strato impermeabile e non più fertile che impedirebbe lo sviluppo radicale delle piante: l’obiettivo è di favorire l’attecchimento delle giovani piantine e renderle più stabili. L’area di pertinenza sia il più ampia possibile in relazione al tipo di pianta (non meno di 2 m di raggio dal fusto per altezze <12m; 4 m per quelle fra 12-18m; 6 m per >18m, rispettando una superficie a “nudo” di almeno rispettivamente 4-6 e 10 mq), evitando di ricoprire tale area con cemento o asfalto che impediscono l’afflusso dell’acqua in particolare lungo strade e marciapiedi. Fra le piante è opportuno mantenere una distanza di 2-3-4 m in funzione dell’altezza.

Le giuste piante
Anche le piante ornamentali risentono della mancanza di fertilità e lo manifestano con un colore più tenue delle foglie. Evidente quindi la necessità di apportare loro sostanze organiche sotto forma di compost, meglio da rigenerazione casalinga dell’umido e degli sfalci. Da impiantare sono da preferire, a mio parere e di altri esperti, specie rustiche, a ciclo biologico breve, resistenti a cambiamento climatico e poco sensibili agli interventi meccanici, con apparato radicale profondo per una miglior resistenza alla siccità garantendo così un valido sviluppo della chioma. Ricerche scientifiche (pubblicate nel “Libro Bianco del verde”)  indicano nelle cultivar a fogliame rosso (crimson king) una maggior resistenza allo stress idrico e per la capacità di attenuare i raggi solari: ottima tolleranza al secco anche dall’acer platanoides e dal prunusEd altre specie (foto 3).
E comunque non abbattiamo alberi in città, specialmente per far posto a parcheggi!

Caro letame… aiutaci tu
Dobbiamo ripensare l’agricoltura ripristinando gli apporti organici con: compost organici dalla decomposizione dell’umido di casa, associata a sfalci e potature, i fanghi di origine agroalimentare provenienti dallo scarto della lavorazione di distillerie mescolati a batteri mesofili, scarti vegetali o animali: attenzione però ai fanghi di depurazione, che oggi stanno “circolando”, non dobbiamo fare dei campi un deposito di spazzatura! Ma soprattutto ripristinare il letame, come facevano i nostri nonni e per renderlo possibile devono ritornare gli allevamenti (foto 4). E pensare che la progressiva intensivizzazione delle filiere zootecniche italiane osservata nel passato mezzo secolo ha consentito non solo di produrre proteine animali in grado di soddisfare, almeno in gran parte, le crescenti esigenze nazionali, ma ha anche reso possibile la drastica riduzione delle emissioni di gas serra e azotate per unità di proteina ottenute: nel 1950 si producevano 546 mila tonnellate di latte con una emissione totale di metano pari a oltre 1 milione di tonnellate di CO2 equivalente e dopo 60 anni la produzione di latte ha sforato 1 milione di tonnellate, ma le emissioni totali si sono dimezzate. Produrre di più, a più basso consumo di risorse e minor impatti ambientali. Ad un prezzo equo per i produttori, di cui ne beneficeranno anche i consumatori, unitamente all’accesso ad un cibo sano.

La vera ricetta della sostenibilità è in allevamenti e agricoltura “intensivi” nel senso di “protetti, controllati e di precisione”. E poi, quanto si inquina ad importare cibo a noi indispensabile? Il letame poi non è materialmente ed economicamente possibile importarlo. Meglio produrre tutto in loco. Per rispettare il ruolo della natura, bisogna evitare di impoverire le ricchezze della Terra
che non sono eterne. Il nostro sottosuolo è sì ricco di feldspato, fluorite, rame, tungsteno e litio indispensabili per le rinnovabili, ma prima di depauperare la natura, pensiamo a riciclare l’esistente. La subsidenza è già una realtà che preoccupa, non aumentiamola! Sfruttiamo i 2 impianti Iren per il recupero di pannelli fotovoltaici in Valdarno e a Siena, e il sito produttivo di Portovesme (Sardegna): dalle batterie a fine vita di auto-cellulari-notebook alla produzione di litio, nichel e cobalto con il riciclo
della massa nera. Bisogna fare di più e presto! Il futuro va costruito partendo dalle origini! Muoviamoci a trovare le soluzioni ai grossi mali che affliggono tutti noi.

Foto 3 – Nel “Libro bianco del verde”, gli esperti indicano il bambù (phylloostachiy) come pianta più adatta: sempreverde molto vigorosa (può essere alta pochi metri, ma può raggiungere notevoli dimensioni) che assorbe molta CO2, esige poca manutenzione, mantiene solido il terreno, è adatto alla fitodepurazione. I fusti si usano come materiale da costruzione per eco
architettura, abitazioni, imbarcazioni, carta, alimentazione; per la loro resistenza ed elasticità vengono impiegati anche per armare il cemento e come biomassa dallo scarto di lavorazione.

FOTO 4 – Dal 1990 ad oggi i capi bovini allevati (dati Istat) sono scesi da 7,6 milioni a 2,8
(i nostri confinanti Francia e Germania sono rispettivamente a 4,2 e 11 milioni). Siamo così costretti ad importare carne e latte da altri Paesi europei ed extraeuropei che spesso non adottano i nostri standard produttivi improntati su minor chimica e più salute.

Fig. 1 – Nei corsi di Educazione Ambientale dimostriamo che il terreno è una risorsa preziosa del capitale naturale, essenziale per l’ambiente. Attraverso il suolo passa il 95% della produzione alimentare, ospita il 90% della biodiversità e, contenendo 3 volte del carbonio presente nell’atmosfera, contribuisce a calmierare i cambiamenti climatici. L’Onu ha dedicato al suolo numerosi obiettivi della sostenibilità; i tipi di suolo (da pubblicazioni scientifiche): 

  • Il suolo ARGILLOSO è formato da un miscuglio di sabbia, argilla e humus. È un terreno adatto a diversi tipi di coltivazione.
  • Nel suolo GHIAIOSO i vegetali non riescono a fissarvi le radici. Vengono trattenute l’acqua e le sostanze nutritive.
  • Il suolo SABBIOSO è formato da granelli di sabbia, è poco fertile perché non trattiene l’acqua e contiene pochissime sostanze organiche.
  • Il suolo MISTO è un terreno molto permeabile all’acqua perché formato da ciottoli e ghiaia.

I CAMBIAMENTI CLIMATICI generano forte siccità e gli spazi fra i colloidi si riducono. 
E a seguito di pioggia intensa:
– l’acqua non trova spazio per venire assorbita;
– si formano così zone allagate;
– lo scolo naturale dell’acqua diventa difficoltoso.

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