di Paola Bacchi
Noi tutti stiamo vivendo un periodo epocale che sconvolge la nostra esistenza e non si sa quanto durerà. La malattia è ormai diffusa a livello mondiale e l’imperativo diramato dai governi del mondo per arginare il fenomeno è quello di rimanere chiusi in casa. L’accorgimento cui attenersi in modo ferreo (nelle strade le forze dell’ordine pattugliano) sembra di una semplicità imbarazzante, ma a quanto pare il virus può trovarsi ovunque: nell’aria sulla scia di chi ci ha preceduto o sul terreno nel quale le particelle si depositano prima di perdere il loro potere distruttivo. Infatti ci viene consigliato, in caso di uscite obbligate dalla necessità, di pulire bene le suole o di togliere le scarpe al rientro.
Il virus sta girando, ma molto poco si sa come e da dove arrivi. Ma è certo che i sintomi sono terribili e si può morire in modo atroce: manca il respiro, ci si soffoca.
Gli scienziati affermano che è allo studio un vaccino. Solitamente, per i controlli e per distribuirlo alla popolazione, occorrono quindici anni. Ora, per battere sul tempo il male, bisognerebbe farcela in un anno. Quindi, se le cose stanno così, ci aspettano ancora dei mesi prima di poter dire con certezza che si tornerà alla vita precedente. Allo stato nessuno titolato a farlo si sbilancia per stabilire un termine attendibile di questo stop generale. Mi guizza un’idea peregrina in testa, del tutto involontaria e infingarda: come si posizionano ora i fautori del no-vax di fronte a questa pandemia?
Scorrono i giorni nel tran tran e, per chi sta bene risulta essere come una strana convalescenza, quasi in attesa della visita fiscale. Nessuna visita invece, ma un comportamento consapevole e civile da tenere sempre e comunque per il bene di tutti. La casa tiene chiusi i bambini, i grandi e i vecchi. Qualche coppia ormai agli sgoccioli, alla fine si separerà, oppure nel frattempo avrà trovato un modus vivendi, i bimbi stanno in questo contesto con la consueta ingenua felicità, i vecchi… vanno protetti.
E chi è solo deve farsi forza e cercare contatti con i mezzi che la tecnologia ci ha copiosamente fornito.
Le quattro mura sono ora per noi non solo riparo e conforto, ma anche baluardo, difesa, scudo, torre d’avorio e trincea. Dentro ci stiamo molto bene se rientriamo da giornate difficili, adesso a volte sono difficili le ore al chiuso che ci protegge. Troppa televisione e radio con notizie martellanti che portano a qualche cedimento umorale e troppa pubblicità (inquinamento mentale, per me). E’ il momento di tenere fuori il virus, ma è anche ora di pensare un po’ a noi stessi, nel corpo (riposando o facendo ginnastica… da camera) e nell’anima (rifletti, pondera, cerca te stesso ora che puoi). Niente è mai così terribile da non poter essere superato, né così negativo da non portare benefici. Speriamo che nel frattempo l’economia regga, che non si perdano troppi posti di lavoro, che si fermi il contagio.
Avvolti dalla sicurezza delle mura domestiche siamo tutti accomunati da un momento che non era mai stato vissuto, nemmeno ai tempi dell’ebola, per esempio. Ricordate? Eppure era una malattia che nella fase acuta portava al sanguinamento da naso bocca orecchie e… occhi. Orribile.
E’ una guerra senza la guerra. Non bombe ma silenzio assoluto. Gli altri sono il nemico, così come il loro contatto, come una semplice dimostrazione d’affetto. Viviamo una specie di controsenso. Come saremo dopo tutto questo: continueremo a vedere così gli altri?
Il nostro mondo, la terra ci sta mandando l’ennesimo messaggio: troppo di tutto. Non è bastata la ragazzina Greta. Ora siamo obbligati a un comportamento sobrio, quasi monacale. Sto esagerando? Forse. Ma ora circolano meno auto e aerei, siamo tappati in casa, è chiuso quasi tutto.
E’ il virus che esagera.
Fanno scuola da casa, come accade nelle farm in Australia, dove le distanze abissali obbligano i ragazzi ad assistere alle lezioni davanti al computer, collegati
giorno dopo giorno a un video. Anche i nostri ricevono le lezioni e i conseguenti compiti via wapp tramite social. Una esclusiva vita alla Pinocchio (senza il traviante Paese dei balocchi), in cui prevale il gioco inframmezzato dallo studio, sotto lo stretto controllo di almeno un genitore (l’altro dovrebbe lavorare…). Se avete bimbi attorno a voi lo sapete bene.In tutta questa stranezza loro non si perdono d’animo. La loro mente elastica li porta naturalmente ad adattarsi alle varianti e anche alla noia di stare chiusi. Poi le maestre chiedono di realizzare un arcobaleno, due mani ai lati e la scritta “ANDRA’ TUTTO BENE”. Lo fanno con entusiasmo tutti.
In Alice nel paese delle meraviglie si festeggia il non-compleanno. Ecco, questo del 2020 sarà ricordato come un non-marzo, una non-primavera, una non-vita. Tutti un po’ più musoni, ci scontriamo gli uni con gli altri fra tinello e cucina, il terrazzo è il più ambito: C’ero prima io! Una specie di autoscontri fra persone della stessa famiglia che ambiscono a un po’ di spazio, a un poco di privacy. Nel frattempo sui social arrivano storielle fulminanti che ridono, irridono alla malattia e fanno ridere. Questa capacità di scherzare sulle tragedie o almeno sui drammi è una grande forza dell’essere umano della sua intelligenza. Per esempio, Pizzocchi ora ha la grande responsabilità di alleggerirci l’esistenza, visto che lo sa fare: dovrà farci ridere!!!
Vi riporto qualche battutina che gira sul tema virus. 
- In aereo: “E’ il vostro pilota che vi parla. Sto lavorando da casa oggi”.
- Il premier Conte invecchiato parla dal video che riporta la data 3 aprile 2050: “Vi chiedo un altro piccolo sforzo. Ancora qualche giorno a casa”.
- Po: “Comunque arrivato alla mia età, tutto mi sarei immaginato, tranne che uscire di casa con la giustificazione”. Epigrafe apocalittica: 1720 Peste; 1820 Colera; 1920 Spagnola; 2020 Coronavirus. Nel 2120 non mi fottono, non mi faccio trovare. Meravigliosa.
- La mamma alla figlia che infila il cappotto: “Ma dove credi di andare???” “Vado in cucina!!!”
Visto che non ci resta molto altro, ci tocca estrarre dal nostro cilindro un po’ di umorismo, proviamo a scherzare, così ‘sta punizione (sembra che i govani l’avessero previsto) proceda con leggerezza.
FARSI UN ORTO 
Abbiamo un terrazzo, un davanzale, uno scampolo di giardino? Allora possiamo coltivare un piccolo orto. Nel nostro DNA alberga in un angolino il coltivatore diretto che da secoli ci precede, quindi zappetto in spalla e mettiamoci all’opera. Un vaso con qualche zolla di terra, qualche seme e la voglia di veder crescere buone verdure, che spuntano giorno per giorno sotto i nostri occhi assetati di natura. Vasi terra e semi si trovano nei supermercati e non sarà difficile procurarseli. Crescono bene le lattughe, i pomodorini, ma ci si può sbizzarrire con le fragole e si può provare con melanzane e zucchine, ma occorrerebbe un po’ più di spazio e di terra. La terra, le verdure, anche qualche fiore vi faranno dimenticare per brevi attimi che siamo prigionieri del coronavirus.
Il microcosmo della casa, oltre a racchiudere il nostro bene più prezioso – la salute – oltre a farci riscoprire che la noia si può debellare con accorgimenti minimi, ci consente di viaggiare nel tempo e nello spazio. Come? Non solo con la onnipresente televisione, il più usato (e abusato) degli elettrodomestici, ma anche con un libro. Statico, forse desueto, il libro si lascia manipolare: si apre, si chiude, si stropiccia, gli si fanno le orecchie, si sottolinea, si fanno passi avanti, se ne rileggono parti, se ne saltano capitoli. Pare passivo, infatti sta fermo come una pietra dove lo posiamo, poi, apertolo, le pagine frusciano come ali e, immersi in luoghi lontani, in secoli e secoli fa, noi entriamo in altri mondi.
Non saranno necessariamente mondi alieni, e tuttavia sono luoghi ed esperienze che la nostra pur interessante vita non può contenere. Coi libri si vivono molte altre esistenze, ci si appassiona, si rabbrividisce, si piange, si ride. Del resto, intendiamoci, certe vite non si vorrebbe proprio viverle, ma viste da lontano, con l’aiuto dell’arricchente fantasia servono da lezione, da monito. I libri, ce lo ricorda la scuola, servono appunto da lezione, ma sfrondata la parte professoresca della situazione, liberati gli ormeggi, ci portano ovunque. E ci danno emozioni, ci fanno sognare e inoltre – sì – ci insegnano.
Voglio parlare di due libri, che potrebbero interessare le Guardie ecologiche perché trattano argomenti a noi cari: la natura e gli animali.
Il primo, di Bill Bryson, giornalista e scrittore di viaggi americano ora residente in Inghilterra si intitola Una passeggiata nei boschi. Avrebbe anche scritto In un paese bruciato dal sole, l’Australia e Viaggio in Europa e altri ancora. Ma ho stabilito di fissare l’attenzione solo su due titoli, per cui mi fermo qui. Anche se… a buon intenditor… (tutti belli, scritti bene e si trovano in e-book).
Autore vivace e simpaticissimo (humor angloamericano) vi porterà con sé in un viaggio appassionante e senza neanche accorgervene vi ritroverete zaino in spalla a scarpinare fra luoghi ombreggiati e in spazi a voi sconosciuti con grande grande interesse. Non sentirete la fatica…
Da un uomo in età a una donna giovane bella e molto capace. L’autrice è la bolognese Mia Canestrini e il libro La ragazza dei lupi. La mia vita selvaggia tra i lupi italiani, PIEMME Editore. Stampato a marzo 2019 sta riscuotendo grande interesse per cui si stanno facendo ristampe (coronavirus permettendo, ma prima era così). L’argomento, inutile dirlo, tratta del suo lavoro ormai decennale da ricercatrice sui lupi. Finanziati dall’Unione europea i due cicli di cinque anni l’hanno messa in contatto con una realtà complessa, affascinante ed ancora aperta. Tra le molteplici attività svolte su vari campi, vi è quella piuttosto impegnativa e problematica tesa a insegnare alle persone a convivere con l’animale di cui gli uomini hanno una paura ancestrale e un’attrazione infinita.
Riporto di seguito un brano che mi ha molto colpita: “Ho sempre avuto un pessimo rapporto con la morte e le ho concesso spazio nella mia vita solo in tempi molto recenti. In questo ci ho messo davvero tanto a imparare dai lupi. Loro che vanno incontro alla morte come se la morte non esistesse. Che poi, difficile
credere che gli animali pensino mai alla morte. Il loro modo di affrontare la vita è chiaramente un disegno ordinato dalla natura in cui la morte è un evento possibile, ma insignificante. Questo li rende così liberi ed eterni. Spesso mi è capitato di osservare prede e predatori convivere nello spazio di poche decine di metri. Le prime brucando l’erba, o allattando il proprio cucciolo, i secondi sbadigliando al sole o semplicemente attraversano lo stesso angolo di prato. Gli uni hanno visto gli altri, ma nessuno si è scomposto. In quel momento, semplicemente, la possibilità di morire (di fame, mangiati) non esisteva. Noi invece facciamo i conti con la paura della morte ogni istante della nostra esistenza, protesi in uno sforzo costante nel ritardarla, nell’evitarla. E quando invece arriva, senza alcun preavviso, allora è merda.”
Bello, vero? I lupi ci insegnano a vivere. E a morire. Sono così naturali, così eterni.
Quello dell’autrice è un amore sconfinato affollato di cuccioli trovati e di lupi perduti e di come i lupi le hanno insegnato a seguire la strada della libertà. Da leggere assolutamente, anche perché ritroverete luoghi dei nostri Appennini che chissà quante volte avrete attraversato. Magari avvistando un lupo. Ma più facilmente spiati da un lupo.
Questa è una storia vera. Venerdì 20 marzo mi telefona la mia amica e mi dice: Lo sai che una donna di Medicina (zona rossa) si è presentata in banca a Castel San Pietro?
Nooo. Il cassiere le ha chiesto: Come ha fatto ad arrivare fino a qui? A son pasé pral camp (sono passata dal campo).
A Bologna sono famosi gli Umarel , quei pensionati simpatici e innocui che osservavano con costanza e ”competenza” i cantieri edili. Costei invece è una donnella, molto molto pericolosa.
L’ INNO DI MAMELI
Venerdì 20 marzo alle ore 11 tutte le radio nazionali si sono collegate per trasmettere via etere l’inno di Mameli Fratelli d’Italia in un abbraccio ideale e ottimistico, quasi a suggerire ai cittadini di ogni città e paese che insieme, uniti e determinati potremo sconfiggere questa subdola piaga biblica (voglio essere apocalittica…).
Un afflato e un brivido hanno attraversato lo spazio – chi davanti ai fornelli, chi allo studio e prosaicamente ciascuno intento in ogni attività domestica – ci siamo emozionati e per una volta non solo gli sportivi si sono sentiti patriottici, ma anche lo studente svogliato, la massaia premurosa, il bancario a casa si sono sentiti parte integrante di un più vasto universo. L’universo dei contagiabili, dei quasi contagiati, dei sani e dei guariti.
E’ stupefacente quello che può fare la musica opportunamente composta, l’inno più di ogni altra (ma anche la lirica, il jazz, Vasco Rossi…) ad attrarre, a smuovere le budella.
In ogni caso questa comunanza, il farlo a reti unificate come fossimo tutti sotto la bandiera tricolore, non ci avrà vaccinato (il rischio è ancora dietro l’angolo), ma ha smosso gli animi, ha scosso l’umore. Quasi una medicina. Infine hanno voluto abbracciarci con le tre canzoni italiane più famose per eccellenza o rappresentative della nostra cultura nazional popolare (non per sminuire, ma poiché sono conosciute proprio da tutti): Azzurro dell’avvocato musicista e poeta Paolo Conte, cantato da Adriano Celentano; La canzone del sole di Lucio Battisti e Mogol; infine Nel blu dipinto di blu del sempre classico e umanissimo Domenico Modugno.
Per una volta non ci siamo sentiti cinici.



