Dal volontariato in Costa Rica all’irreale viaggio di ritorno al tempo del coronavirus
di Valerio Minarelli
 
Il 7 gennaio le autorità cinesi confermano di aver identificato un nuovo tipo di virus, precisamente un coronavirus. Nei primi di febbraio arriva la notizia dei due casi accertati anche in Italia: si tratta di due turisti cinesi che sono stati ricoverati in isolamento all’ospedale Spallanzani. Sembra comunque una questione tutta cinese, è lontano da noi.
Il gruppo di GEV di Bologna e di Ferrara che da alcuni mesi sta preparando il viaggio-lavoro in alcune aree protette del Costa Rica si prepara alla partenza, la questione del nuovo virus sembra ancora riguardare solo la Cina e qualche turista cinese.
 
Il 16 febbraio alle 6 del mattino partiamo dall’aeroporto di Bologna per il Costa Rica via Madrid. Siamo completamente presi dal viaggio e nulla fa presagire ciò che poi accadrà. La mattina del 17 febbraio, di buon ora, partiamo da San Josè (capitale del Costa Rica) per la Reseva Forestale Sperimentale di Horizontes dove si fa ricerca sulle piante più adatte da destinare alla riforestazione delle aree secche dei tropici, si creano semenzai e vivai che vengono poi messi a dimora per rigenerare la foresta “tropicale secca”. Ci troviamo catapultati in un clima caldo e secco, mediamente 33° C. E’ per noi una esperienza nuova, ne siamo avvolti e coinvolti. Siamo circondati da territori fino a venti anni fa senza più vegetazione arbustiva ed oggi in gran parte ricoperti da alberi in piena crescita, un’area protetta dove possiamo ammirare con facilità i venado (simili ai nostri caprioli ma senza palco), uccelli diurni e notturni, rettili (tante iguane), pipistrelli, pizote, ecc. Restiamo quattro giorni. I contatti che abbiamo dall’Italia e le notizie che leggiamo in internet non evidenziano ancora la reale pericolosità dell’epidemia e il suo rapido diffondersi in Italia ed in Europa.
Il 21 febbraio ripartiamo da Horizontes alla volta delle spiagge di Nombre de Jesus e Playa Real dove siamo attesi da una associazione spagnola per lavorare alla difesa della riproduzione delle tartarughe di mare. Dal 21 al 24 febbraio siamo impegnati di giorno e di notte con questa attività. Il 25 febbraio ci muoviamo per raggiungere la Reserva Absoluta Cabo Blanco una delle prime aree protette del paese e oggi, in gran parte riserva integrale.
 
In questi giorni ci giunge notizia che tra il 21 e il 22 febbraio si registrano i primi contagi in Italia legati al Covid19 e veniamo a sapere che il 23 febbraio il Governo Italiano vara un primo decreto per contrastare la trasmissione del Coronavirus.
 
A Cabo Blanco restiamo 5 giorni, il tempo passa veloce tra lunghe camminate, lavori di tinteggiatura e pulizia dei sentieri e della spiaggia, la temperatura è sempre alta e i tramonti si colorano di rosso.
 
Il primo marzo si riparte, tre di noi devono rientrare nella capitale ed il giorno 2 hanno l’aereo per Madrid poi per Bologna. Paola, Renato e Daniela sono rientrati regolarmente a Bologna con i voli Iberia. Il resto del gruppo ha proseguito il viaggio per il Parco Nazionale Manuel Antonio e successivamente per il Parco Nazionale Corcovado (foresta umida).
Il quattro marzo ci imbarchiamo per raggiungere la Isola del Cano, ricoperta da foresta, necropoli precolombiana ed area protetta terrestre e marina. Trascorreremo 4 giorni presso la casa dei guardaparco svolgendo lavori di manutenzione della struttura, l’unica in tutta l’isola,. Ci siamo solo noi volontari e due guardaparco, sull’isola non vi sono altre infrastrutture e gli alberghi della terraferma possono portare in visita i turisti solo per poche ore al mattino. Dalle 13:00 in poi non c’è più nessuno. Ci sentiamo realmente “fuori dal mondo”, lontanissimo dalle vicende che nelle stesse ore stanno capitando in Italia ed in Europa. Sull’isola impariamo che il 4 marzo, il primo ministro Conte firma un nuovo decreto che chiude scuole e università fino al 15 marzo, impone il campionato di calcio a porte chiuse, restrizioni anche per cinema e teatri e per tutti distanza di sicurezza di un metro, da evitare le strette di mano e gli abbracci… Il nostro stato d’animo è controverso e diviso tra preoccupazione per le notizie che giungono dall’Italia e la situazione oggettiva che viviamo sull’isola, “fuori dal quel mondo”. L’8 marzo dobbiamo lasciare l’isola per iniziare il ritorno nella capitale, Emanuela e Luigi hanno l’aereo di ritorno il giorno 10. Il 9 pomeriggio arriviamo a San Josè. Contemporaneamente in Italia Conte, con un nuovo decreto, limita le possibilità di movimento nelle zone più colpite dal contagio, in entrata e in uscita e all’interno dei territori. Le zone interessate sono la Lombardia e gran parte dell’Emilia-Romagna. La sera del 9 marzo, con un nuovo decreto in vigore dal giorno successivo, tutta l’Italia diventa zona rossa.
 
La Spagna sospende ogni volo da e per l’Italia. Emanuela e Luigi vanno all’aeroporto e si imbarcano per Madrid ma sanno già che il volo Madrid – Bologna è stato soppresso. Sapremo poi che riusciranno a cambiare il volo per Bologna con Zurigo e da lì cercheranno di rientrare in treno a Bologna.
Chi resta in Costa Rica ha ancora qualche giorno di permanenza in un paese che sembra apparentemente indenne da COVID19 anche se compaiono i primi manifesti finalizzati ad insegnare i comportamenti alla popolazione. Andiamo al Parco Nazionale di Cahuita e poi due ultimi giorni a Manuel Antonio (31-32° C), a sudare in quel paradiso naturale pieno di vegetazione lussureggiante e animali. Sopra gli autobus sono apparsi i flaconi di disinfettante per le mani. Arriviamo così di nuovo a San Josè il 16 marzo… e vedo le prime mascherine sul volto di alcuni operatori, qualche ufficio impone l’ingresso contingentato…
 
Abbiamo l’aereo per Madrid il 17 marzo, non si sa si verrà confermato. Telefono a Carlo dell’agenzia Groovetravel di San Lazzaro di Savena, da cui abbiamo acquistato i biglietti aerei. Carlo mi rassicura, il volo per Madrid è confermato e ci organizza un percorso alternativo di rientro perché non ci sono più voli dalla Spagna per l’Italia. Arriviamo a Madrid, in aeroporto tutto è chiuso, è spettrale, da fantascienza, pochi viaggiatori, l’altoparlante ripete in continuazione le prescrizioni di sicurezza, la maggioranza delle persone presenti ha una mascherina o un fazzoletto sul volto. In tale situazione dobbiamo attendere 10 ore per il volo a Zurigo. Molti voli sono stati soppressi. Arriviamo a Zurigo alle 22:45 prendiamo un taxi per l’albergo Royal vicino alla stazione ferroviaria. A Zurigo è tutto aperto e funzionante, hanno però interrotto i collegamenti diretti dei treni a lunga percorrenza con l’Italia. Fino al mattino non ci sono treni. Il mattino dopo, zaino grande in spalla e zaino piccolo sul petto camminiamo verso la stazione dei treni. Studiamo il da farsi e alla biglietteria l’addetto svizzero ci consiglia di prendere il treno per Lugano, arrivati a Lugano c’è un treno locale che arriva a Milano. Alle 12:20 siamo a Milano. Tutto chiuso, transennato e presidiato da polizia ed esercito. Tanti treni soppressi, il primo per Bologna parte solo alle 15:30, è di quelli lenti che fanno tutte le fermate. Tre ore di attesa indossando la mascherina e stando lontano dagli altri viaggiatori.
 
Finalmente il treno per Bologna.
 
Giusti i decreti del Governo, giuste le ordinanze regionali… Ma… scarsi sono stati i controlli reali e la consapevolezza del pericolo e della situazione di emergenza! Pochi controlli, sia “medici” (nessuno) che di “polizia”. All’imbarco in aereo per il primo volo di quasi 11 ore, aereo praticamente pieno (oltre 250 persone), non ci è stata controllata la febbre e neppure dato mascherine o altro accorgimento (io avevo una mia mascherina che ho opportunamente indossato per quasi tutto il viaggio). All’aeroporto di Madrid chiusi i negozi ma nessun controllo e nessun supporto ai passeggeri in transito ed in attesa per ore (quasi 10 ore)! Nessun gel disinfettante a disposizione (io avevo la mia piccola boccettina sfuggita al controllo liquidi). A Zurigo nessun controllo in assoluto, neppure dei documenti. Normale controllo documenti al confine. Solo a Milano abbiamo avuto puntuali controlli, documenti e compilazione modulo autocertificazione. La stazione di Milano Centrale è stato l’unico luogo che ho constatato essere realmente controllato. Blocco ben predisposto ma con evidente sottovalutazione dei rischi da parte di alcuni poliziotti e soldati, molti dei quali senza mascherine e a gruppi senza il rispetto della distanza di almeno un metro…
 
Dopo Milano nessun altro controllo e tantomeno supporto ai passeggeri in transito. Nessuna distribuzione di mascherine e neppure di gel disinfettante per le mani… Arrivo a Bologna, avevo pronto, a portata di mano, il foglio di autocertificazione per il “rientro alla residenza”, il passaporto ed i biglietti aerei e treno per giustificare il mio transito verso casa… scendo dal treno con lo zaino grande e lo zainetto a mano e cammino verso l’uscita, guardo a destra, a sinistra e davanti… nessun poliziotto, nessun soldato, nessun sanitario… nessun controllo, Vado al piazzale dei taxi carico i bagagli sul primo disponibile e dico al tassista “mi porti a San Lazzaro alla mia residenza”. Non c’è molto traffico ma neppure il vuoto che mi aspettavo. Nel tragitto dalla stazione di Bologna alla mia residenza nessun posto di controllo di polizia o carabinieri. Sono arrivato a casa. So che devo stare in quarantena per 14 giorni, cosa che farò con scrupolo, ma nessuno ha preso nota che rientravo dall’estero, nessuno mi ha “provato” la febbre, nessuno ha controllato i documenti ed il foglio di autocertificazione che avevo. Secondo me c’è ancora molta sottovalutazione della situazione e i controlli reali sono pochi, generici e occasionali.
 
 
 
 
 
 
 
 

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