Un paesaggio che cambia: quando l’agricoltura perde diversità

la biodiversità soffre

Uno degli strumenti che ho trovato più affascinanti nel corso della mia attività professionale (anche di Tecnico faunistico, divulgatore e fotografo naturalista) è il GIS, il sistema informativo geografico, e la possibilità che offre di leggere il territorio attraverso i dati. Quando ho scoperto che la Regione Emilia-Romagna mette a disposizione, attraverso il proprio Geoportale, diverse edizioni del database regionale dell’uso del suolo, ho pensato di confrontarle prendendo come riferimento il territorio della provincia di Bologna. Le annate considerate sono 1994, 2003, 2008, 2014 e 2020. Si tratta di cartografie dell’uso del suolo ottenute da ortofoto e immagini telerilevate, poi classificate in ambiente GIS, così da permettere confronti quantitativi delle superfici nel tempo.

Tipologia

1994 Ettari

1994 %

2003 Ettari

2003 %

2008 Ettari

2008 %

2014 Ettari

2014 %

2020 Ettari

2020 %

Territori modellati artificialmente

38.691

10

43.199

12

44.420

12

46.457

13

51.075

14

Territori agricoli

222.597

60

211.554

57

209.988

57

205.405

55

195.155

53

Territori boscati e ambienti seminaturali

98.143

26

101.221

27

101.447

27

106.452

29

112.034

30

Ambiente umido

2.207

1

2.399

1

2.334

1

2.310

1

2.917

1

Ambiente delle acque

8.573

3

11.840

3

11.420

3

9.578

3

9.030

2

Totale

370.211

100

370.213

100

369.609

100

370.202

100

370.211

100

Pur non essendo perfettamente omogenee dal punto di vista tecnico, le diverse edizioni restituiscono un quadro chiaro. Nel territorio bolognese, tra il 1994 e il 2020, avanzano le superfici artificiali, arretrano quelle agricole e aumentano boschi e ambienti seminaturali. Non cambia solo la distribuzione degli ettari, ma la struttura stessa del paesaggio e, con essa, l’equilibrio tra habitat, fauna selvatica, agricoltura e presenza umana. Le trasformazioni avvenute in questo arco di tempo sono particolarmente significative. In poco più di venticinque anni, nella provincia di Bologna il territorio artificiale, cioè l’urbanizzato, è aumentato di circa 12.400 ettari, passando dal 10 al 14 per cento del totale. Nello stesso periodo i territori agricoli hanno perso circa 27.400 ettari, scendendo dal 60 al 53 per cento. Al contrario, boschi e ambienti seminaturali sono cresciuti di quasi 13.900 ettari. Bastano questi tre numeri per capire che il territorio non è rimasto fermo, ma ha cambiato assetto e ha progressivamente ridefinito i propri equilibri. La lettura più interessante, però, non sta solo nei numeri assoluti, ma nel modo in cui questi cambiamenti si distribuiscono nello spazio. La pianura e la montagna non stanno andando nella stessa direzione. Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più importanti. Il territorio tende sempre più a polarizzarsi. In pianura, la perdita di superficie agricola si accompagna all’espansione urbana e infrastrutturale. Il paesaggio si frammenta e si artificializza, mentre l’agricoltura che rimane tende a semplificarsi: grandi appezzamenti, meno siepi, filari, boschetti ed elementi di margine, quindi meno diversità ecologica. Non è una tendenza recente. Da decenni la meccanizzazione agricola, la specializzazione delle colture e l’accorpamento dei campi hanno progressivamente ridotto il mosaico rurale tradizionale, sostituendo un paesaggio vario e articolato con superfici sempre più ampie e uniformi. Per rendersene conto basta confrontare una fotografia aerea storica con un’immagine attuale della stessa area di pianura. Nelle immagini del secondo dopoguerra, come quelle del Volo IGM 1946, si riconoscono ancora piccoli campi di forme e tonalità differenti, intervallati da siepi, filari e boschetti. Oggi, in molte zone, le foto satellitari mostrano invece superfici più estese e omogenee, segno evidente di un mosaico agrario profondamente impoverito.

Confronto tra una foto aerea del Volo IGM del 1946 Comune di Budrio – Zona Vedrana - e un’ortofoto TeA attuale (MOKAWeb Gis RER)

Ed è proprio qui che si misura una delle perdite più difficili da percepire. Quando il mosaico agrario si semplifica, molte specie perdono siti di nidificazione, aree di alimentazione e corridoi ecologici. Aumentano invece le specie più opportuniste e generaliste, capaci di adattarsi ad ambienti alterati o semi-artificiali. Corvidi, alcune specie sinantrope, volpe, gabbiani e altri animali abituati a sfruttare il disturbo umano trovano spesso nuove occasioni. A questo si aggiunge la presenza crescente di specie alloctone favorite dagli ambienti urbanizzati o periurbani, come la nutria e il parrocchetto dal collare. In collina e soprattutto in montagna, invece, la dinamica è diversa. Qui la contrazione dell’agricoltura è legata in larga parte all’abbandono delle attività tradizionali. Campi, prati e pascoli vengono lasciati indietro e il bosco avanza. Da un lato si tratta di un processo di rinaturalizzazione spontanea che ha favorito l’espansione di molte specie forestali e di grandi ungulati autoctoni come capriolo, cervo e cinghiale, oltre al ritorno stabile del lupo. Dall’altro, però, anche questa trasformazione ha un costo ecologico. Quando il paesaggio si chiude troppo, si riducono gli spazi aperti e gli ecotoni, cioè quelle zone di contatto tra ambienti diversi che spesso sono tra le più ricche di vita. Il punto, dunque, non è dire semplicemente che il cemento avanza o, al contrario, che la natura si riprende i suoi spazi. La realtà è più complessa. Quello che emerge è la progressiva scomparsa di una fascia intermedia di equilibrio, rappresentata dall’agricoltura tradizionale diversificata. È proprio questo spazio, posto tra ambiente naturale e presenza umana, ad aver sostenuto a lungo una parte importante della biodiversità diffusa.
Un’ulteriore conferma arriva dai dati più recenti sugli uccelli comuni delle zone agricole in Italia, diffusi da ISPRA nell’ambito della Rete Nazionale della PAC con il supporto della Lipu. Il Farmland Bird Index, che misura nel tempo l’andamento delle specie legate agli ambienti agricoli, mostra un quadro netto: a livello nazionale, considerando 100 il valore del 2000,

l’indice nel 2025 è sceso a 66,51, con una perdita complessiva del 33,5 per cento, mentre oltre il 70 per cento delle specie considerate risulta in declino. Dove il paesaggio agricolo perde complessità e qualità ecologica, anche l’avifauna tipica delle campagne tende a impoverirsi.
Per un territorio come quello bolognese, il richiamo più interessante è quello delle pianure e delle colline, dove l’andamento dell’indicatore resta fortemente negativo. Il dettaglio regionale dell’Emilia-Romagna rende questo quadro ancora più concreto. Tra le specie in maggiore difficoltà spiccano soprattutto allodola e saltimpalo, ma risultano in calo anche torcicollo, rondine, cutrettola, averla piccola, passera d’Italia, passera mattugia e verdone. Al tempo stesso, alcune specie più adattabili o favorite da condizioni nuove mostrano andamenti migliori, come gheppio, picchio verde, usignolo, codirosso comune, gazza e zigolo nero. Non siamo dunque di fronte a una semplice diminuzione della fauna, ma a una sua trasformazione. Dunque, arretrano soprattutto le specie più legate alle campagne tradizionali, mentre altre riescono a resistere meglio o a espandersi.
In fondo, il paesaggio bolognese, come quello di molte altre province italiane, racconta una storia ormai evidente: pianure più artificiali e semplificate, colline e montagne più forestali, spesso per abbandono più che per scelta. In mezzo si restringe quello spazio di equilibrio da cui dipendono biodiversità e identità del territorio. Per questo leggere nel tempo l’evoluzione dell’uso del suolo aiuta a capire non solo dove stiamo andando, ma anche che cosa stiamo perdendo.

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