CLIMA E TERRENO:un binomio imprescindibile

Di primaria importanza non sono le auto, che oggi hanno raggiunto emissioni molto contenute e le elettriche si lanciano da sole con la crisi del petrolio,ma il rispetto del terreno per una miglior salvaguardia dagli allagamenti che colpiscono sempre più tutti noi.

Il terreno ha un ruolo determinante non solo per le coltivazioni,che poi alimentano tutti noi, ma anche sul corretto sgrondo delle acque meteoriche; tale ruolo non trova purtroppo adeguata considerazione da parte delle istituzioni e di chi lo coltiva, che si sente abbandonato. La politica presta attenzione alla riduzione delle emissioni, ma nel lungo termine (2050 dalle norme Ue). Oggi invece si fa poco per darci la necessaria sicurezza dagli eventi climatici estremi.Particolare attenzione va, a mio giudizio, rivolta proprio ai nostri terreni, caratterizzati, contrariamente al resto dell’Europa, da una eccessiva presenza di argilla che li classifica come “forti”(Argilloso nel grafico), in particolare (quasi al 90%)al Nord ed in Emilia Romagna (vedi grafico)e al Centro, mentre nelle aree del Sud si fermano al 50%. 

Ci siamo dimenticati che nel lontano 1972 il Consiglio d’Europa, nel predisporre la Carta europea del suolo, aveva sancito: Il suolo è uno dei beni più preziosi per l’umanità. Consente la vita dei vegetali, degli animali e dell’uomo…; ►Il suolo è una risorsa limitata che si distrugge facilmente…….►Gli agricoltori devono applicare metodi che preservino la qualità dei suoli… 

Si può quindi comprendere quanto importante sia la sua salvaguardia e rispetto:una sua mal strutturazione non agevola la percolazione delle acque e la mancanza di nutrienti rallenta la fotosintesi e lo sviluppo delle piante.E’ per una nazione la “riserva aurea naturale”. Mancando la fertilità naturale, per evitare perdite produttive obbliga a ricorrere ad apporti chimici (le piante si sviluppano sì velocemente, ma a scapito della naturale forza di difesa da parassiti e stress climatici).L’agricoltura va aiutata per evitare un tracollo che si ripercuoterebbe sul sistema economico nazionale, essendo l’agricoltura strutturalmente riconosciuta come “il pilastro fondamentale dell’economia di una nazione”. La sostanza organica è la riserva naturale che aiuta il terreno, ma purtroppo sta diminuendo sempre più.

Il depauperamento della sostanza organica

Dalle 150.000 analisi  eseguite nella mia quarantennale esperienza lavorativa, si registra infatti(grafico) una progressiva diminuzione dei contenuti di sostanza organica presente nel terreno e che avvicina sempre più i suoli al valore più basso della scala (cioè fra normale e scarsa). Tale situazione è più presente in Emilia Romagna, oltre che nelle Marche, in Toscana, Piemonte, Basilicata, Calabria, Abruzzo. I dati riportati sono la media dei 40 anni di indagini:mentre nel periodo 1960/1991 la percentuale di terreni ad elevata-media dotazione di sostanza organica era alta, nel decennio 1992/2001 (ad esclusione di Friuli, Veneto e Campania)la tendenza si è rovesciata con una forte diminuzione di terreni ad elevata dotazione di sostanza organica. Con la crisi (politica)della zootecnia degli anni’70 è venuto progressivamente a mancare letame e medicai-erbai,importanti apportatori della sostanza organica e miglioratori della struttura dei terreni. Con la flessione delle stalle viene limitata anche la possibilità di produrre biogas. 

Le conseguenze- La diminuzione del contenuto di sostanza organica nei suoli crea notevoli difficoltà aumentando i problemi, in particolare per: ♣ la permeabilità dell’acqua negli strati sottostanti; ♣ la compattazione dei terreni e la formazione di croste superficiali che creano frequenti fenomeni di asfissia per lo sviluppo della radice e rendono difficoltoso l’assorbimento dell’acqua; ♣ la stabilità del pH; ♣la degradazione dei fitofarmaci distribuiti e la loro residualità nei suoli. Concetti ampiamente condivisi dalle Università di Bologna, Piacenza,Padova, Pisa e con l’Istituto sperimentale per le colture industriali, con i quali  ho realizzato prove sperimentali presentate a Convegni internazionali

Cosa fare…. per porre rimedio a questo andamento negativo non solo per la produttività agricola,, ma anche per contenere gli effetti di eventi climatici estremi, il mio consiglio è:▪ somministrare prodotti organici quali letame,pollina,guanito,compost (proveniente da raccolta differenziata di sfalci e umido urbani,purché non provengano da impianti di compostaggio che hanno ricevuto le bio-plastiche-previste nell’umido,ma Corepla lo sconsiglia- che richiedono più tempo per degradarsi)) e da reflui urbani (vedi n.3-4/2025)); ▪ ridurre il calpestamento operato dai trattori (foto A e B); ▪ prevedere nell’avvicendamento colture come medica, crucifere e colture per la produzione di biofuel (es. la colza), le cui radici possono migliorare la strutturazione del terreno; ▪ inserire nell’avvicendamento, come nei Paesi Nordeuropei, colture intercalari di copertura seminate in autunno (facelia, orzo, rafano) il cui sovescio garantisce apporto di materiale organico. Prove pluriennali condotte dal sottoscritto in ambito europeo (IIRB-International Institute of Sugar beet Research con 350 membri in rappresentanza di 25 paesi) pongono in evidenza che queste tecniche permettono (medicai/erbai)di migliorare la struttura dei suoli e (letame/sovesci) una miglior assimilabilità dei macro elementi, un aumento dei contenuti di sostanza organica nei suoli, un aumento della fertilità con un immagazzinamento dell’azoto durante l’autunno-inverno, riducendo così i rischi di percolazione dei nitrati nelle falde. Spandimenti agronomici, ormai di vecchia memoria, favoriscono la permeabilità dei suoli e mirano, con le più moderne attrezzature, a ridurre le emissioni di ammoniaca e a ottimizzare l’uso dei nutrienti (vedi Lente d’ingrandimento).

Non dobbiamo concentrare l’impegno pubblico solo sulla riduzione dell’inquinamento delle auto,ma appare indispensabile un aiuto dalle Amministrazioni per attenuare l’impatto economico per agevolare lo sgrondo delle acque da piogge intense. E’ quindi opportuno l’intervento pubblico, a livello Ue e nazionale, per incentivare le sopracitate soluzioni atte a fornire non solo un valido aiuto al comparto agricolo, ma a tutto il territorio,contrastando gli allagamenti. Questa, assieme a nuovi bacini di raccolta e all’efficienza della regimazione idrica, è oggi una priorità e vede le Gev particolarmente attive nel controllo della corretta manutenzione (sfalcio e  ripristino quote) dei fossi di scolo.

Foto A – LE TECNICHE DI IERI:RISPETTO DEL TERRENO,APPORTI ORGANICI (LETAME) E MEDICAI 

Fino agli anni '50 si faceva largo uso del letame, di medicai e per i lavori si utilizzavano i buoi o le macchine a vapore che (per non calpestare i terreni) non entravano nei campi,ma trainavano (tramite corde e carrucole) gli attrezzi dalle testate dei campi,fino a quando (anni '60/70)arrivarono i trattori di 70/80 hp del peso di 3-4 tonnellate

Foto B- LE TECNICHE DI OGGI: TRATTORI PESANTI COMPATTANO IL TERRENO E SI USA LA CHIMICA

Dagli anni 2000, con l'impiego di grossi trattori (180/200 hp,che pesano 7-10 tonn)che calpestano i suoli e l'uso di concimi chimici, è inevitabile che il terreno si destrutturi,impedendo il normale sgrondo delle acque.

1-   L’obbligo di mantenere efficienti i fossi,  dovrebbe riguardare non solo i fossi prospicienti le strade,ma anche quelli interni fra i campi, come facevano i nostri nonni:solo così si può garantire un valido sgrondo delle acque di tutto il territorio, come facevano i nostri nonni;campi allagati non aiutano certamente

APPROFONDIMENTI SU: SOSTANZA ORGANICA E LAVORAZIONI TERRENO

 Articoli e relazioni mie redatte nello svolgimento della mia esperienza lavorativa (1970-2004)

1) LA SOSTANZA ORGANICA: UN TESORO IN VIA DI ESAURIMENTO

Studiando l’evoluzione nel tempo di quest’importante elemento emerge una progressiva diminuzione di contenuti nei terreni italiani. E’ opportuno correre ai ripari.
Una gestione corretta della concimazione deve necessariamente passare attraverso una conoscenza delle condizioni del terreno e delle colture. La mancanza di queste informazioni costringe il coltivatore ad effettuare somministrazioni più su basi empiriche che scientifiche; l’informazione “ascoltata in piazza”, copiata dal confinante o ripetitiva nel tempo prevale in generale rispetto ad apporti correlati ai reali fabbisogni della coltura.
La necessità di modificare quest’impostazione tecnica, ormai obsoleta e non più rispondente alle moderne esigenze agricole, è dettata dalla prospettiva dei prezzi agricoli rivolta ad un generale abbattimento; a questa tendenza fa purtroppo “compagnia” un inevitabile incremento dei costi di produzione
E’ necessario correre ai ripari, impostando linee tecniche che tengano conto di questi mutamenti economici; l’ammodernamento delle tecnologie è rivolto a soddisfare queste esigenze.
Occorre sfruttare tutto quanto viene messo a disposizione dalla modernizzazione, per meglio mirare gli interventi chimici e meccanici alle reali necessità richieste dalle specie agrarie.
Questo concetto è ancor più valido per coltivazioni specializzate ad elevato costo di gestione e particolarmente sensibili ad errori tecnici e alle condizioni atmosferiche. E’ il caso della barbabietola da zucchero, coltivazione fortemente penalizzata da concimazioni non adeguate; apporti in difetto condizionano significativamente la resa economica agricola (ricordiamo tutti i danni degli anni ’95-’96 causati da incondizionate campagne rivolte ad un contenimento dell’azoto, in particolare nel Veneto) costringendo a diffuse disaffezioni; altrettanto interventi in eccesso finiscono per incidere significativamente sulla lievitazione dei costi, con influenze negative sulle rese agricole ed industriali (abbattimenti di polarizzazione ed estrattibilità) nonché sull’ambiente (accumulo di nitrati).
E’ quindi più che mai opportuno per questa specie impostare prove di fertilizzazione che abbiano come obiettivo la distribuzione dei quantitativi di nutrienti minimi ma pur sempre al limite delle necessità della coltura.
Il terreno in questo caso è, e deve essere, l’elemento condizionante; dal potenziale di cessione degli elementi in esso contenuti dipende il risultato finale. La fertilità presente nel suolo ha pertanto una sua importanza, ma per indirizzare al meglio le pratiche agricole è necessario conoscere la “carica nutritiva” presente nel terreno destinato alla coltivazione della barbabietola.
Questa conoscenza dovrà riguardare la singola azienda e non potranno essere accettate valutazioni di fertilità medie della zona o predisposte sulla base di aziende campione, giudicate (a mio parere erroneamente) rappresentative di territori troppo vasti per essere considerati attendibili. I dati statistici nel settore della salute hanno solo carattere informativo sulle abitudini umane, e non per l’individuazione di cure mediche per il singolo individuo!!!
Altrettanto, a mio giudizio, deve avvenire per il terreno, entità a mio parere molto importante per una bieticoltura competitiva. Occorre un salto di qualità per l’azienda agricola; bisogna partire dalla conoscenza delle reali dotazioni di elementi nutritivi, attraverso un’approfondita analisi del suolo eseguita nel periodo estivo, prima delle lavorazioni di fondo.
Una volta individuata la fertilità presente, ci si può addentrare nella specificità per conoscere l’evoluzione di singoli elementi (vedi azoto) molto mobili, facilmente dilavabili e in grado di condizionare lo sviluppo della pianta. Utilizzate tutte queste informazioni sul terreno (l’analisi ha valenza per 5-6 anni ed il costo viene ripagato con alcuni chilogrammi di concime risparmiato), subentra a questo punto l’importanza della sperimentazione che deve fornire valide indicazioni per orientare (in modo mirato) gli apporti fertilizzanti, sulla base dei risultati sperimentali rapportati alle rispettive condizioni di fertilità presenti.
Sono anni che ANB sta seguendo quest’indirizzo, rivolto alle singole realtà aziendali; allo stesso tempo può servire come fonte statistica per studiare l’evoluzione della fertilità negli anni e nelle diverse aree.
Dall’insieme delle informazioni raccolte  in questi anni (130.000 analisi eseguite su tutto il territorio nazionale) se ne ricava una preoccupante tendenza: la riduzione della sostanza organica.
La sostanza organica appare ancora ben ripartita nelle diverse regioni bieticole, con considerevole percentuale di campioni giudicati a dotazione normale; elevati contenuti si rilevano (in oltre il 60% dei casi) in Friuli, Umbria, Campania, mentre nelle Marche, in Piemonte, Toscana, Sardegna un 15% dei terreni esaminati presenta dotazioni scarse o molto scarse. In realtà, da un confronto nel tempo e soprattutto a seguito di appropriati controlli eseguiti su medesime aziende, emerge una progressiva attenuazione dei contenuti di sostanza organica nei suoli italiani destinati alla coltivazione della barbabietola; i valori medi ancora relativamente sufficienti sono imputabili ai buoni contenuti di alcuni anni fa.
Negli anni ’80, infatti, la dotazione percentuale era prossima all’1,8-2; ora si rilevano invece contenuti prossimi all’1-1,3% ed in certe regioni (Marche) scendono addirittura al di sotto.
La perdita di sostanza organica “impoverisce” il terreno, ne riduce la plasticità e quindi la potenzialità di reazione al calpestamento dei mezzi meccanici e all’assorbimento dell’acqua.
E’ opportuno correre ai ripari con urgenza, prima di raggiungere il limite del “non ritorno”. Una volta reso arido il terreno non si pensi di ripristinare in breve tempo la sua fertilità! Sono necessari anni ed anni per “riportare in vita” quella che rappresenta la fonte energetica per qualsiasi coltura.

SOMMINISTRAZIONI ORGANICHE

La crisi della zootecnia ha ridotto la disponibilità e quindi le somministrazioni di materiale organico; già da anni non si distribuisce più letame e così anche per i residui vegetali. Si raccoglie il più possibile e non si integra l’asportato se non in forma minerale. Ovviamente questo indirizzo porta a quelle tendenze precedentemente descritte.

Già da tempo ero preoccupato di quanto stava avvenendo. Prove pluriennali eseguite da ANB a fine anni ’80 hanno evidenziato l’effetto positivo esercitato dalla somministrazione del letame all’aratura in terreno tendenzialmente argilloso; i risultati indicano incrementi del 5% della Produzione Lorda Vendibile (PLV). L’apporto di pollina, in ragione di 0,5 t/ha, ha dimostrato una validità produttiva molto simile a quella del letame con un incremento del 3% sia nel saccarosio che nella PLV. La prova ha invece dimostrato non significatività nell’interramento alla lavorazione estiva di paglia, in particolare con quantitativi crescenti (da 4 a 8 t/ha) somministrati con l’aggiunta di azoto. Alla luce di questi risultati si è ritenuto di proseguire le prove in collaborazione con l’Università Cattolica di Piacenza e il CRPA di Reggio Emilia per dimostrare la validità di catch-crop (orzo, facelia, rafano) seminate in autunno a file spaziate, per permettere la successiva semina della bietola nella interfila della coltura di copertura (diserbata con un certo anticipo con glyphosate). L’obiettivo era di dimostrare non solo l’immagazzinamento dell’azoto (e conseguente riduzione degli apporti minerali) ma anche la validità del sovescio di materiale organico (L’Inf. Agr. N° 30/97). La presenza del rafano sia come intercalare nella rotazione (seminato in estate o in autunno) che come catch-crop (seminata in autunno), aiuta inoltre a risolvere il problema del contenimento del nematode Heterodera schachtii. Gli effetti di questa crucifera sulla struttura del terreno, oltre agli immaginabili vantaggi nella PLV, sono risultati ben evidenti nelle prove; il suolo “lasciato libero” è risultato più soffice, ben permeabile, facilitando la successiva semina della bietola e la pronta germinazione dei semi.
Queste tecniche sono fra l’altro contemplate nell’applicazione del Regolamento UE 1257/99.
Ma non può essere sufficiente ad “alimentare” il terreno; sono necessari ulteriori interventi integratori della sostanza organica.
E’ consigliabile orientare, nei casi più critici, le concimazioni ante semina, sull’utilizzo di fertilizzazioni a valenza organica.
Già da anni sono in corso prove da parte del Servizio Tecnico per valutare apporti di azoto organico da concimi commerciali quali Guanito e Phenix..
L’utilizzo di concimi organici determina dinamiche di rilascio di elementi più consoni alle attuali esigenze nutrizionali delle colture. I nutrienti sono infatti presenti in questi concimi (come negli ammendanti) in forma complessata dai gruppi funzionali della componente organica e le dinamiche di rilascio sono ben differenti rispetto a quelle dei concimi minerali. L’organicazione degli elementi permette di fornire alla coltura il fabbisogno nutrizionale in modo graduale durante il periodo vegetativo e previene nel contempo perdite di efficienza nutrizionale, dovute a lisciviazione, volatilizzazione ed insolubilizzazione dei nutrienti.
La velocità di mineralizzazione dei concimi di matrice organica è differenziata: i più veloci (100 gg) sono la borlanda, farina di pesce, guano, pollina, sangue essiccato; i più lenti (300 gg e oltre) cascami, farina di ossa, cornunghia.
Il rilascio degli elementi nutritivi contenuti in Guanito, Phenix, ecc. avviene con gradualità ed è massimo dopo 2,5-3 mesi dalla distribuzione in campo. Fra l’altro questi concimi organici possiedono un indice di salinità molto basso (7,5 il Guanito, 36 il Phenix) rispetto ai tradizionali concimi minerali (100 per il nitrato e 75 per l’urea).
Come si può notare dai risultati sperimentali, un aspetto interessante da evidenziare è sicuramente il comportamento dell’azoto organico a confronto con quello chimico, in un’annata come il 2000 caratterizzata da piogge da inizio aprile a metà maggio.
Anche i valori di estrattibilità (PSD) sono risultati superiori nelle tesi con concime organico rispetto all’urea minerale; in particolare la percentuale di a-N è sempre apparsa inferiore.
Complessivamente da queste prove emerge che apporti organici consentono di ridurre il quantitativo totale di azoto distribuito; come integrazione minerale è opportuno utilizzare nitrato ammonico sia in presemina che in copertura (a più pronta cessione rispetto all’urea).
L’utilizzo di concimi organici, visti i ridotti quantitativi rispetto alle 300-400 t del letame, non rappresenta sicuramente la soluzione ai nostri problemi di impoverimento della sostanza organica, né può contribuire a contenere un suo depauperamento. Da approfondire comunque le modalità di distribuzione di questi materiali organici (concimi, compost e fanghi) per verificare se è opportuna una loro somministrazione in autunno o in presemina alla bietola o meglio su altra coltura della rotazione.
Questi concimi organici sono inoltre consentiti dalle tecniche previste dai Disciplinari regionali (ex 2078, Biologico e 1257) purché vengano rispettati i limiti massimi di elementi ammessi; le tecniche enunciate dalla Regione Toscana consentono inoltre la somministrazione di 40 Unità di azoto organico in pre-aratura, senza che questo apporto sia conteggiato nel totale (il potassio organico fra l’altro non ha limiti di impiego).
Un’ulteriore indagine sperimentale ha riguardato la somministrazione di prodotti anche di origine naturale (a maggiore solubilità) utilizzati in localizzazione (Fertiligne), in pre-semina (Algomarine) ed in copertura (Coralium).
I risultati riportati nel grafico 3 evidenziano la positività sia in termini economici (PLV) che qualitativi (polarizzazione e PSD); anche in questo caso è possibile ridurre i quantitativi totali di elementi (in particolare azoto e fosforo), pur mantenendo una valida produttività.
Per quanto riguarda  l’influenza sull’emergenza dei semi del prodotto localizzato (contenente anche azoto), si riscontra una lieve riduzione dell’investimento (6-7%) più percettibile al primo rilievo eseguito a circa un mese dalla semina.
Diversa valutazione richiede invece il liquame, prodotto di scarto non annoverato tra i fertilizzanti o gli ammendanti, il cui utilizzo in agricoltura (dosi, tempi e luoghi) è disciplinato da leggi e regolamenti specifici. I liquami consentono infatti apporti abbastanza modesti di elementi nutritivi e quindi non sono in grado di aumentare apprezzabilmente i contenuti di sostanza organica (in certi casi la presenza di sostanze antibiotiche o tossiche possono addirittura danneggiare la fertilità del terreno). Qualora applicati in eccesso possono favorire la solubilizzazione e la lisciviazione degli elementi nutritivi, con rilevanti perdite per l’agricoltore e aumento dell’inquinamento. Si sconsiglia pertanto la somministrazione di liquame in precessione alla bietola.

I COMPOST

Sono stati sperimentati anche prodotti di origine naturale e rientranti nella categoria degli ammendanti: Bio-lit, costituito da farine di rocce vulcaniche e Geovis, compost ottenuto esclusivamente da residui organici. 
Più dettagliatamente il Bio-lit è un silicato primario basico da roccia vulcanica (Diatas) sotto forma di polvere finissima idrosospesa, contenente 12 macroelementi e 20 microelementi minerali; sviluppa la sua azione nel terreno lentamente, impedendo improvvise variazioni del pH. E’ stato utilizzato alla dose di 5 t/ha.
Il Geovis è un ammendante compostato misto, privo di semi e patogeni di ogni genere; è ottenuto da residui organici selezionati (cortecce, frascami, foglie, erba, scarti agroalimentari, rifiuti organici da raccolte differenziate) e accuratamente bio-ossidati (1,5 mesi) e humificati (2-3 mesi). Va distribuito in autunno o in primavera utilizzando spandiletame o apposito spandihumus e deve essere seguito da lavorazioni poco profonde (erpicatura, zappatura, vangatura).
I risultati pongono in evidenza, per entrambi i prodotti ammendanti,  produttività similare rispetto al test con normale apporto minerale; a mio giudizio è però positiva la stabilità (entro i limiti della significanza elaborativi) di tutte le tesi rispetto al testimone ed in particolare per quanto riguarda la polarizzazione e la PSD, fattori che possono subire effetti negativi a seguito di somministrazioni organiche.Entrando nel dettaglio delle prove, per quanto riguarda il compost migliori risultati, anche se non dissimili fra loro e dal testimone, sono stati acquisiti dalla tesi che prevedeva una distribuzione più elevata (80 t/ha) apportata sia in autunno che in primavera, alla quale ha fatto seguito una concimazione minerale di 90 Unità rispetto alle 130 del testimone.
Analogamente nella prova “Bio-lit” si è dimostrata valida la possibilità di ridurre i quantitativi di azoto minerale distribuiti in concomitanza con una somministrazione organica.
Nei prossimi anni intensificheremo queste indagini (con distribuzione di ammendanti anche nell’ambito della rotazione) in diverse località del Nord e del Centro: a Bologna in collaborazione con il Centro Agricoltura e Ambiente di Crevalcore, a Rovigo con Veneto Agricoltura ed S.T.S. Agrotecnico, a Ravenna con l’Università di Bologna (Facoltà Scienze Ambientali), Provincia di Ravenna e Ditta Team, a Livorno con Agreco.
La possibilità poi di riciclare i rifiuti urbani può costituire una soluzione agli enormi problemi dello smaltimento che attualmente preoccupa la collettività, sia in termini economici (aggravio dei costi a carico del contribuente) che ambientali (superfici occupate da discariche ed emissioni di inquinanti). Anche se alla recente Fiera di Rimini “Ricicla” abbiamo potuto constatare che oggi è possibile riciclare ogni cosa dalla plastica, alle lattine, al vetro, ai metalli, alla carta, è necessario fare una selezione prima di procedere alla distribuzione in campo.
Una ricerca di Legambiente ha dimostrato che negli ultimi 30 anni è cambiata la composizione dei rifiuti domestici; così grazie alla “modernizzazione” (supermarket) il materiale organico contenuto nella spazzatura è diminuito (dal 72 al 42%) a scapito di un aumento della plastica (dal 6 al 15%) e della carta (dal 13 al 28%).
L’importante è che i compost provengano da raccolte differenziate e dall’utilizzo di materiale organico domestico e civile(massa verde da residui ambientali, potature, giardini, ecc.); già diverse Amministrazioni hanno predisposto cassonetti per questa raccolta differenziata. La stessa Finanziaria 2001 stanzia (art. 109) 150 miliardi per il prossimo triennio per finanziare la riduzione della quantità e della pericolosità dei rifiuti, la raccolta differenziata, ecc.
Analoga considerazione vale anche per i biosolidi prodotti derivati dal trattamento delle acque reflue civili ed agro-industriali. La presenza significativa di materiale organico (35-40% di carbonio organico, 70% del qrado di umificazione) e di elementi della fertilità (5-10% di azoto, 2-3% fosforo), potrebbe consentire in virtù degli elevati quantitativi somministrati) di ripristinare il contenuto di sostanza organica e di integrare i piani di concimazione dei prodotti di sintesi. Una apposita legge (D.L. n° 99 del 27/01/1992) accoglie una Direttiva Comunitaria (n° 86/273) e ne disciplina lo spandimento soprattutto per contenere la distribuzione di elementi quali cadmio, nichel, piombo, rame, zinco e mercurio. Le possibilità ci sono, importante però è che da un lato non vada persa questa quantità di sostanza organica, ma dall’altro che non si finisca per inquinare i terreni agricoli con materiali (metalli pesanti) difficilmente degradabili e persistenti.

CONCLUSIONI

L’indicazione che ci viene trasmessa dall’UE (Regolamento 2078 prima, poi 2092 e 1257 Agenda 2000) è ben chiara; è necessario ridurre l’utilizzo della chimica, privilegiando le risorse agronomiche. Prima ci adeguiamo anche nel settore bieticolo meglio è. I Piani di sviluppo rurale previsti dalla riforma di Agenda 2000 e già approvati dalla Commissione Europea per il 2000-2006 prevedono nelle 14 regioni finanziamenti per circa 18.000 miliardi; ulteriori 16000 miliardi sono previsti per le regioni meridionali comprese nell’Obiettivo 1. Di questi stanziamenti comunitari oltre il 40% sarà destinato alle misure agro-ambientali.

Altrettanto le richieste del Consumatore indirizzano sempre più verso derrate coltivate con tecniche a basso input chimico: i consumi rivelano addirittura un costante e significativo aumento del prodotto biologico. Prima che il consumatore reagisca alla psicosi dell’inquinamento con estremismo, è opportuno trovare soluzioni intermedie che permettano di valorizzare la qualità del prodotto nazionale.

La sperimentazione fa emergere tecniche adeguate alle nuove realtà; al produttore il compito di seguire le indicazioni del tecnico per meglio indirizzare le pratiche colturali utilizzando la ricerca, la tecnologia ed esperienza del tecnico.

CONCLUSIONI

Un razionale apporto dei fertilizzanti, in particolare del delicatissimo azoto, deve necessariamente prescindere da una conoscenza delle dotazioni degli elementi nutritivi già presenti nel terreno. Un programma per la guida dell’azoto è stato da me messo a punto sulla base delle risultanze sperimentali acquisite negli anni. Esso prevede l’analisi estivo-autunnale del suolo per l’individuazione della natura del terreno, del pH, della c.s.c., dei rapporti C/N e Mg/K, oltre alle dotazioni di calcare, sostanza organica, azoto, fosforo, potassio, magnesio e micro-elementi. Una tale conoscenza globale delle condizioni del terreno, completata da una verifica invernale sull’andamento dell’azoto, consente di orientare le concimazioni azotate di pre-semina, unitamente alle altre fertilizzazioni necessarie per le fasi di crescita della coltura. A questa iniziale analisi dovrà far seguito un controllo di copertura mediante l’ausilio di uno strumento ottico, l’N-tester, in grado di determinare la presenza di clorofilla all’interno dell’apparato fogliare, valutazione che permette, grazie alla correlazione individuata sperimentalmente da ANB, di orientare i quantitativi di azoto da distribuire in primavera con coltura in atto.
Tale metodologia di approccio con l’azoto è già operativa su larga scalala; le migliaia di verifiche di campo condotte annualmente, stanno consentendo consigli differenziati nelle diverse aree, con dosaggi che oscillano dalle 15-20 unità per ettaro della Valle Padana orientale, alle 40 unità del Sud e della Valle Padana occidentale. A seguito di tale linea applicativa, le produzioni bieticole stanno subendo considerevoli incrementi produttivi, anche se differenziati negli anni, a seguito di andamenti stagionali avversi. 
Le esperienze acquisite dalla sperimentazione eseguita nelle diverse località e la variabilità dei consigli emessi anche fra aree contigue, indicano chiaramente che “una cura” unica, adatta cioè a tutte le esigenze, non esiste, ravvisando la necessità di individuare sistemi di fertilizzazione guidati; in tal modo, sarà possibile somministrare i quantitativi  più opportuni, in particolare dell’azoto, con evidente miglioramento della redditività e della qualità del prodotto, accompagnate da una più oculata spesa.
Con l’avvento dell’irrigazione a bassi volumi di acqua (a goccia o microirrigatori), è possibile effettuare una fertirrigazione mirata che permette apporti limitati di concimi, in particolare quelli azotati, distribuiti in abbinamento all’acqua, e nei momenti di maggiore necessità per la coltura. Le mie pluriennali esperienze sperimentali individuano le possibilità di ridurre in tal modo del 20% le dosi di elemento minerale distribuite.
Il ripristino della fertilità, depauperata dalla sempre maggior carenza di sostanza organica manifestata dai suoli bieticoli italiani, è possibile con l’inserimento di colture intercalari seminate nell’autunno precedente a 45 centimetri al fine di permettere la successiva semina primaverile della barbabietola o di altra coltura primaverile. Oltre all’apporto organico consentito dal sovescio di questa coltura, ricorrendo a specie ad azione biocida, quale il rafano, è pure possibile migliorare la sanità del terreno, in particolare da infestazioni del nematode cisticolo Hetherodera schaachtii. Gli incrementi produttivi non sono eclatanti, ma pur sempre necessari per un recupero economico nei confronti dei Partner europei.

2) IL RAFANO COME COLTURA INTERCALARE

Dalle oltre 130.000 analisi di terreno condotte in questi anni per conto dei produttori con l’obiettivo di ottenere una miglior valutazione della fertilità presente nei suoli destinati alla coltivazione della barbabietola da zucchero, emerge una generale carenza di sostanza organica. Nell’ultimo decennio, i giudizi si attestano su valori medi, con percentuali inferiori a 2 in quasi tutte le regioni; fanno eccezione  Friuli e Lazio dove si determinano valori intorno al 2.5- 3.5%, classificando i terreni quindi come ad elevato contenuto di sostanza organica.
Appare evidente la necessità di reintegrare la fertilità dei suoli, tenendo conto che la crisi del settore zootecnico non rende più disponibile il letame, concime naturale ad elevato contenuto organico e in grado, sulla base di prove sperimentali condotte, di migliorare le rese produttive e qualitative.
Con l’inserimento di colture intercalari nell’avvicendamento e dal loro sovescio , è possibile reintegrare la sostanza organica perduta.
Prove pluriennali condotte in collaborazione con l’Istituto di Agronomia dell’Università Sacro Cuore di Piacenza (grafico), con colture di copertura a semina autunnale (facelia, orzo, rafano) prima della coltivazione della barbabietola a deposizione primaverile, hanno posto in evidenza che  le catch crops consentono:
– di immagazzinare l’azoto durante il periodo autunno-invernale, riducendo i rischi di percolazione dei nitrati nelle falde;
– una superiorità produttiva della barbabietola seminata nell’interfila  del rafano con distanze di deposizione di 45 cm;  si riscontra inoltre un anticipo dell’emergenza, con riduzione delle fallanze. Il terreno dopo rafano appare più soffice e non richiede alcuna lavorazione meccanica prima della semina della sarchiata primaverile; l’eliminazione della cover rimasta può avvenire mettendo in atto un diserbo totale, seguito dai tradizionali interventi interfilari (sarchiature o meglio fresature).
L’inserimento del rafano nella rotazione, in realtà, è utile anche per l’azione biocida che esso svolge nei confronti del nematode cisticolo Heterodera schachtii, il quale  attacca la barbabietola e che risulta abbastanza diffuso nelle diverse aree bieticole del Nord. Nell’ambito delle indagini condotte sulla coltivazione del rafano autunnale in precessione alla barbabietola, viene infatti dimostrata una sensibile diminuzione delle cisti vive e delle uova larve fin dai primi di marzo; evidentemente, prolungando il tempo di permanenza  in campo del rafano prima della semina di colture più tardive quali mais, sorgo, girasole, l’azione nematocida appare superiore, a tutto vantaggio di una maggior sanità dei suoli nel tempo. L’evoluzione genetica è una realtà anche per il rafano; le nuove varietà presentano una maggior efficacia nel controllo dell’infestazione e  una miglior resistenza alle basse temperature, fattore quest’ultimo indispensabile nelle semine autunnali.

CONCLUSIONI

Attraverso il regolare  svolgimento della fotosintesi avviene il naturale accrescimento della pianta; questo si determina finchè l’apportp dei carboidrati, sempre tramite la fotosintesi, risulta superiore alle perdite causate dai normali  processi fisiologici (respirazione, traspirazione, assorbimento radicale, ecc.).
L’attività di fotosintesi viene favorita da un valido substrato, con dotazioni si sufficienti quantitativi di acqua, aria e di elementi nutritivi. Un qualsiasi fattore climatico, nutrizionale od agronomico non equilibrato può interferire negativamente sullo sviluppo vegetativo e quindi portare ad un insufficiente risultato produttivo.
Le elevate e prolungate precipitazioni possono determinare consistenti dilavamenti di elementi nutritivi facilmente dilavabili quali azoto e microelementi; terreni a pH superiori a 7,5 e con elevate presenze di calcare, rame, zinco e ferro, rendono più difficoltoso l’assorbimento degli altri elementi, creando fenomeni di carenze accompagnati da insufficiente produttività.
È ‘ pertanto importante mantenere un corretto equilibrio fra gli elementi, allo scopo di favorire una normale attività fotosintetica della pianta, tale da consentire produzioni soddisfacenti.
Le indagini sperimentali indicano la possibilità di conseguire valorizzazioni produttive grazie a somministrazioni per via fogliare di elementi nuritivi. Per  non “pesare” economicamente sui costi di esercizio, si consiglia di intervenire in associazione a tradizionali trattamenti di diserbo, insetticidi o in concomitanza con i primi anticercosporici.

3) IL COMPOST DI QUALITA’: UN VALIDO AIUTO IN BIETICOLTURA

La riduzione di fertilità dei terreni a cui si sta assistendo in questi ultimi anni, impone l’adozione di linee tecniche atte a salvaguardare lo scambio di elementi nutritivi fra il suolo e la pianta.
Le indagini fino ad ora condotte su tutto il territorio nazionale con analisi chimica dei contenuti di fertilizzanti presenti nei terreni destinati a barbabietola da zucchero, indicano un progressivo depauperamento dei contenuti di sostanza organica. Questa componente costituisce la base per la valutazione della fertilità del suolo, per cui una sua diminuzione corrisponde necessariamente ad una flessione delle potenzialità nutritive espresse nei confronti delle coltivazioni.
Si nota in generale un contenuto di sostanza organica a livello normale, con aree a più  elevata dotazione percentuale (Campania, Sardegna, Veneto, Friuli, Umbria); emerge però anche una diffusa presenza di suoli a molto scarsa o scarsa presenza di sostanza organica. Altrettanto mettendo a confronto i rilievi analitici condotti trenta anni fa con i dati dell’ultimo decennio, si evidenzia una generale flessione dei valori, con aumento di suoli a minima dotazione; tale tendenza è più marcata in particolare in Abruzzo, Calabria, Emilia R., Lazio, Marche, Piemonte e Toscana.
La crisi del comparto zootecnico, già in essere ormai da parecchi anni, sta comportando una mancata distribuzione di prodotti organici quali il letame; ciò non può che provocare quel progressivo depauperamento di cui ho accennato più sopra.
Le conseguenze sulla produttività agricola sono inevitabili, oltre naturalmente alle ripercussioni negative sulla struttura  del terreno; la mancata “plasticità e sofficità” del suolo creata da una pressoché totale assenza di materiale organico all’interno delle sue particelle, provoca una riduzione della permeabilità con accentuazione dei fenomeni di ristagno idrico, nonchè una minor resistenza al calpestamento da parte dei mezzi meccanici.
Prove pluriennali condotte con apporti organici pongono in evidenza una benefico effetto sulla produttività agricola e sulla qualità estrattiva, a seguito di somministrazioni di letame o pollina, anche in terreni a normale dotazione di sostanza organica. L’incremento della Produzione Lorda Vendibile (rispettivamente +8% e 4%) seppur contenuto, deve farci riflettere soprattutto per due motivi: innanzi tutto perché in un regime di prezzi agricoli in continua flessione, non è pensabile rinunciare a valorizzazioni economiche seppur minime (potrebbero in fin dei conti rappresentare il margine per l’imprenditore agricolo), ma è opportuno tenere in debito conto quel depauperamento di fertilità a cui stiamo assistendo e che risulterà difficile se non lungo da ripristinare nel tempo. Pertanto apporti continui di prodotti organici, non potrà che attenuare quella riduzione attualmente in essere.Prodotti organici in grado di sostituire il letame, seppur con minori qualità dovuta ad una più ridotta quantità somministrata, se ne possono trovare attualmente in commercio (per esempio:Guanito, Phenix, Fertiligne, Algomarine). Importante a mio giudizio non perdere di vista il problema, mantenendo sotto controllo nel tempo i contenuti di sostanza organica presenti nei suoli coltivabili.

GLI AMMENDANTI

Un beneficio è possibile ottenere anche a seguito di somministrazione di ammendanti, cioè prodotti di diverso tipo in grado di modificare e migliorare le proprietà e le caratteristiche del terreno, ma non in grado di apportare elementi chimici principali e in quantità tali da aumentarne in maniera significativa le capacità nutritive. Apposite leggi regolamentano la fabbricazione e la distribuzione di questi prodotti in agricoltura.

Gli ammendanti da residui urbani, definiti compost, sono sottoposti ad una normativa specifica, che ovviamente non si sostituisce alle leggi in vigore per lo smaltimento dei rifiuti. Viene ottenuto per fermentazione aerobica (in ambiente riscaldato) di rifiuti solidi urbani, preceduto o seguito da operazioni di separazione, macinazione e setacciatura; non possono contenere composti azotati di sintesi e devono avere una classificazione granulometrica dichiarata. L’uso agricolo è disciplinato da apposita normativa (in applicazione di apposita direttiva europea), che ne vieta fra l’altro l’utilizzo in terreni a ph inferiore a 6, su prati e pascoli, in alcune fasi di colture frutticole; in orticole, foraggere ed erbacee industriali la loro applicazione viene limitata a due mesi prima della semina, previa lavorazione del terreno ed interramento.

Il compostaggio di biomasse selezionate offre una grande opportunità in agricoltura per il reperimento di materiale organico alternativo o complementare ai fertilizzanti tradizionali; importante che questo materiale sia di qualità e non contenga cioè metalli pesanti in percentuale tale (pur nei limiti consentiti dalla legge) da “appesantire” in modo negativo i contenuti del suolo.

Per meglio analizzare gli effetti che un apporto di ammendante da compost può esercitare sulla produttività in bieticoltura, ho eseguito specifiche prove di confronto fra dosi ed epoche di distribuzione. Si pone in evidenza una validità economica (PLV) a seguito di somministrazione avvenuta nell’autunno precedente la coltivazione seminata in precessione alla bietola (cioè 18 mesi prima della semina della barbabietola) sia a dose elevata che più contenuta; pari validità è espressa anche da apporto primaverile (12 mesi prima della semina) purché alla dose più alta. La presenza nel compost di azoto ha permesso un contenimento degli apporti azotati di origine minerale distribuiti complessivamente alla coltura.

Indagini condotte invece con somministrazioni dirette, cioè nell’autunno precedente la semina della barbabietola, hanno al contrario evidenziato una minor validità anche con apporti elevati. 

Si può quindi affermare che in bieticoltura è opportuno distribuire i compost sulla coltura che precede la bietola;  man mano che ci si avvicina all’epoca di deposizione dei semi, gli effetti benefici sulla produttività vanno attenuandosi, in particolare per l’influenza negativa esercitata sul grado polarimetrico da una ritardata cessione di azoto organico alla pianta.

Analoga prova è stata condotta utilizzando un ammendante innovativo denominato Bio-Lit, costituito da un silicato basico ottenuto dalla macinazione finissima della roccia vulcanica austriaca DIABASE e provvisto di 12 macroelementi  e 20 microelementi minerali.

Può essere distribuito direttamente tal quale, cioè in formulazione granulare o pulverulenta, oppure in aggiunta al liquame; in questo caso il Bio-Lit viene pneumaticamente scaricato attraverso una tubazione che collega l’interno dell’autobotte (rigorosamente a due scomparti) al miscelatore ad elica azionato dal trattore aziendale. Il liquame trattato in questo modo perde il suo caratteristico odore e soprattutto il dannoso effetto caustico per le colture; in Austria, dove tale pratica è in espansione, si assiste ad una equilibrata resa foraggera, senza dover ricorrere più alla concimazione chimica e nel tempo si migliora la selezione delle infestanti (il potere concimante del liquame si esplica nella parte superficiale del terreno, mentre le radici delle erbe scendono più in profondità).

L’uso di questi prodotti organici ha come obiettivo non tanto quello di un intervento di fertilizzazione a beneficio della coltivazione in atto, ma come “bonifica” del suolo, intesa cioè come arricchimento della fertilità residua; sicuramente colture ipogee per eccellenza, quali la barbabietola da zucchero, non potranno che trovare adeguato beneficio da una miglior strutturazione del terreno, tale da permetterne un facile accrescimento della radice

Una sufficiente presenza di sostanza organica nei suoli favorisce una valida strutturazione del terreno, a tutto vantaggio non solo della produttività agricola ma anche della operatività in campo di macchine di elevata potenza 

4) LA LAVORAZIONE DEL TERRENO: UNA PRATICA SPESSO TRASCURATA

Dal terreno un valido aiuto per contrastare le difficoltà climatiche e podologiche che incontra la barbabietola nei nostri ambienti.
Molto spesso l’agricoltore è portato a considerare la lavorazione estiva come una pratica necessaria ma non sempre comprende l’importanza che questa assume per il risultato finale; concetto ancor più significativo per colture a radice fittonante, quale la bietola, che ha la necessità di accrescere proprio nel suolo.
Il terreno in realtà va considerato come una risorsa in grado di cedere alla coltivazione non solo gli elementi nutritivi necessari nelle diverse fasi colturali ma anche di favorire lo sviluppo delle radici, evitando gli stress dovuti alla climatologia.
In particolare per la barbabietola, più che per cereali o proteolaginose a radice superficiale, è importante che il terreno mantenga quella sofficità necessaria a garantire un valido accrescimento della radice.
Il suolo va insomma rispettato se si vuole in cambio dallo stesso tutto quanto necessita alla pianta; la remuneratività della coltura ne trarrà giovamento.
In passato questo rispetto è stato al centro delle attenzioni dei nostri avi; il terreno veniva lavorato a giusta profondità, inizialmente con l’ausilio dei buoi e poi dei primi trattori, che però non entravano in campo ma operavano in capezzagna, trainando l’aratro mediante l’ausilio di corde e carrucole.
Si può quindi comprendere quanto il terreno venisse tenuto in dovuta considerazione, ritenendolo giustamente come principale “fonte energetica” per lo sviluppo delle piante.
Mi pare che ultimamente questa attenzione verso il terreno sia un po’ caduta nel dimenticatoio; trattori di elevata potenza e quindi di peso considerevole (intorno alle 8 tonnellate) sono ormai di uso allargato. Non che questa evoluzione della tecnologia venga dal sottoscritto giudicata in modo negativo; ritengo però necessario un aggiustamento delle tecniche per adeguare questi cambiamenti meccanici alle esigenze della pianta, non tralasciando la necessità di mantenere il giusto equilibrio aria/terreno.Questa esigenza mi sembra ancora più opportuna e d’obbligo, a seguito di una progressiva diminuzione dei contenuti di sostanza organica che si va riscontrando  nei terreni italiani.
Valori molto scarsi, al limite fra le classi “normale” e “scarsa” sono ormai una realtà nei terreni delle Marche, Toscana, Piemonte, Basilicata, Calabria, Abruzzo. Questo depauperamento è riscontrabile dalle 130.000 analisi eseguite in questi ultimi anni rispetto a quanto avveniva negli anni ’60-70.
La mancata disponibilità di sostanza organica crea diverse problematiche quali una ridotta cessione degli elementi nutritivi presenti, una minor stabilità del pH, una difficoltà alla degradazione dei fitofarmaci distribuiti alle colture e caduti nel suolo. Ma non solo: la permeabilità dell’acqua negli strati sottostanti non potrà essere ottimale; l’aerazione del suolo sarà più difficoltosa con creazione di fenomeni di asfissia e conseguente insorgenza di marcescenze radicali sempre più frequenti; formazione di croste superficiali e compattamento sottostante creeranno sempre più problemi allo sviluppo delle radici.

5) RIDURRE IL CALPESTAMENTO

Si ravvisa quindi la necessità di ritornare ad un più attento rispetto del terreno, prestando particolare attenzione all’uso dei mezzi meccanici.
La riduzione del calpestamento dovrà entrare fra gli obiettivi del produttore e dell’operatore. La presenza di elevati contenuti di argilla nella maggioranza dei terreni coltivati a bietola (circa i 2/3), richiede interventi meccanici a giusta profondità e quando le condizioni del terreno lo permettono; in Francia per esempio, la bietola viene considerata “una necessità” per i benefici agronomici che arreca anche alle altre colture della rotazione,
I tempi per effettuare gli interventi preparatori per la bietola dell’anno successivo sono indubbiamente sempre più ristretti; è però necessario non procedere senza tenere in considerazione le esigenze del suolo.
I trattori necessari per arature e frangizollature possiedono gommature a larga sezione di appoggio per cui su una larghezza di lavoro di 2,5 m, solo 80-90 cm non vengono interessati dal calpestamento. Poiché le attrezzature trainate (aratri, estirpatori, frangizolle) presentano generalmente dimensioni comprese fra 2,5 e 3 m, si può comprendere quanto possa essere costante il calpestamento. Se poi l’aratura viene eseguita “entro solco” (per la necessità di contenere la potenza di traino), il passaggio del trattore opererà una uniforme compressione della base del solco, con evidente difficoltà da parte di acqua e radici ad oltrepassare la così detta “suola di aratura”.  L’accumulo dei residui di fitofarmaci, in particolare diserbanti, sarà in tal modo ancora più evidente e le ripercussioni fitotossiche sulle piante saranno sempre più gravi, con necessità di ridurre le dosi e quindi il controllo.
L’intervento meccanico dovrà essere si tempestivo ma non quando il terreno non lo permette per la presenza di eccessiva umidità. Suoli eccessivamente bagnati in fase di aratura portano alla formazione di zolle compatte, di elevate dimensioni e quindi più difficilmente aggredibili dalle successive lavorazioni di disgregamento. Altrettanto, interventi successivi con condizioni di umidità, portano il terreno a comprimersi al passaggio delle gomme, con conseguente compattazione della parte sottostante.
Più questi passaggi si susseguono, più il compattamento del suolo si accentua, riducendo tutti i benefici arrecati con le lavorazioni, e annullando gli sforzi economici e umani profusi.

6) LA RIPUNTATURA E LA ROTOARATURA

Scopo quindi delle lavorazioni di preparazione del terreno deve essere quello di arieggiare il suolo, rendendolo soffice per lo sviluppo delle radici e favorire al tempo stesso lo scambio degli elementi fertilizzanti.
Tendenzialmente l’aratura della bietola è sempre stata prevista ad una profondità di 50-55 cm; nell’ultimo decennio. Prove condotte da me in oltre dieci anni di sperimentazione sullo stesso terreno, ovviamente nel rispetto della rotazione ottimale, hanno dimostrato che lavorazioni superficiali, se non associate a ripuntatura, portano a perdite produttive dell’ordine del 10-15% della PLV; l’aratura deve essere però eseguita ad una profondità non inferiore a 38-40 centimetri.
La ripuntatura può avvenire in momenti separati, importante però che fra i due passaggi l’intervallo sia rispettato per evitare che una pioggia possa vanificarne l’effetto, oppure in contemporanea, con aratri dotati di un organo discissorio applicato all’estremità del versoio.
Ma se questa tecnica sembra la più attuale, perché non passare direttamente ad un sistema che permetta di associare anche un miglioramento della zollosità lasciata dall’aratro?
Problema principale dell’aratura è infatti quello di lasciare zolle di terreno di grosse dimensioni e che necessitano di successivi passaggi di rifinitura; il calpestamento e i costi aumentano.
Soprattutto poi in aree ad elevata presenza di argilla e caratterizzate da clima secco (vedi Sud e Centro), la disgregazione delle zolle può rappresentare un grosso problema che in certe annate può incidere negativamente sull’andamento della cultura. E’ opportuno infatti attendere le piogge per permettere il lavoro di aratura e di rifinitura del terreno; diversamente i mezzi meccanici non riuscirebbero a “penetrare” nel suolo.
Con l’obiettivo di individuare sistemi di lavorazione a minor costo e a miglior effetto, già da alcuni anni il sottoscritto sta sottoponendo a controllo sperimentale un concetto di lavorazione completamente innovativo: la rotoaratura.
Il rotoaratro è costituito da ancore di lunghezza intorno ai 45 cm. (a denti concavi per terreni tenaci e asciutti, oppure convessi per terreni bagnati), che azionate dall’albero rotore principale, penetrano con senso rotatorio nel terreno, strappandolo letteralmente e proiettando le zolle verso la griglia posta superiormente; il terreno in tal modo subisce un impatto che ne facilita la disgregazione, prima della ricaduta nella parte sottostante.
A questo attrezzo possono venir applicate anteriormente 2-3 lance ripuntatrici allo scopo di “fessurare” la parte di terreno sottostante l’azione delle ancore rotative (ulteriori 25-30 cm).
La larghezza di lavoro è intorno ai 3 metri e il peso dell’intero attrezzo raggiunge i 3000 chilogrammi; per il traino è necessario un trattore di potenza superiore ai 180 kw (259 CV).  Il rotoaratro  elimina il problema della formazione di macrozolle e dei solchi da chiudere; i residui colturali vengono rimescolati in modo più omogeneo e il terreno rimane soffice e ben livellato. In presenza di terreno molto argilloso e bagnato, la suola compatta e liscia che di norma si crea, viene eliminata, facilitando i successivi interventi di rifinitura; le radici possono penetrare meglio e l’acqua in eccesso può scendere più liberamente, non creando fenomeni di asfissia.
Il consumo di carburante risulta più contenuto, così come lo slittamento dei pneumatici e conseguentemente la loro usura; lo sforzo di traino si riduce notevolmente grazie alla “spinta” svolta dalle ancore rotative. La capacità di lavoro è superiore rispetto al tradizionale aratro e l’impiego della potenza tramite la presa di forza, migliora il rendimento del trattore..
Come si può notare le possibilità di migliorare le tecniche nell’ottica di una valorizzazione della produttività nel rispetto del terreno e dell’ambiente, esistono; all’operatore meccanico il compito di sfruttarle e mettere in pratica velocemente l’innovazione. Tempi di attesa eccessivamente allungati non sono più ammissibili, vista l’evoluzione economica in atto. Ne va del futuro di un settore così importante quale quello bieticolo-saccarifero.
Una valida preparazione del terreno destinato a bietola prevede una aratura profonda (cm 50) o araripuntatura (cm 35+65), seguita da operazioni di disgregazione delle zolle eseguite precocemente (in autunno-inizio inverno). 

 7) RISPETTARE IL TERRENO

Condizione fondamentale per ricevere in cambio un valido aiuto per lo sviluppo delle piante.
La barbabietola da zucchero è da sempre considerata la coltura da rinnovo per eccellenza; in particolare le lavorazioni profonde che questa coltura richiede portano effetti benefici anche per le altre specie agrarie inserite nella rotazione aziendale.
Appare pertanto di fondamentale importanza adottare tecniche adeguate, in grado di far mantenere gli investimenti a bietola su superfici appropriate, in relazione all’ampiezza totale dell’azienda agricola, anche se la bietola richiede particolare impegno per raggiungere un valido risultato finale.
La barbabietola è infatti una specie tipica di areali più a nord, caratterizzati da precipitazioni più abbondanti e ben distribuite durante il ciclo di coltivazione, accompagnate da temperature estive non così eccessive come si registrano invece nei nostri areali; la coltura con il sopraggiungere del caldo e del secco, trova difficoltà ad accrescersi. La bietola è infatti una specie che deve svilupparsi nel terreno, contrariamente ad altre il cui raccolto è nella parte aerea, per cui le difficoltà climatiche, unitamente ad una presenza significativa di argilla nei suoli investiti tradizionalmente a bietola, rappresentano un ostacolo naturale ad una sua normale crescita.
La testimonianza di tali difficoltà è tangibile dal confronto fra i risultati acquisiti nelle nostre realtà rispetto a quanto avviene nel resto d’Europa. La media dell’ultimo triennio della resa in zucchero nell’ambito dell’UE si assesta infatti sulle 8,6 tonnellate per ettaro, con valori superiori alle 10 t/ha in Francia, Austria e Belgio, mentre in Italia si superano di poco le 6 t/ha. Il problema è tipico della bieticoltura mediterranea. Anche Spagna e Grecia hanno infatti risultati produttivi inferiori rispetto ai Paesi Nord-Europei; in certi casi però raggiungono valori più elevati di quelli da noi acquisiti (vedi le 8,1 t/ha della penisola Iberica).
Occorrerà quindi che il settore metta in atto un cambiamento, più o meno repentino ed incisivo in relazione ai tempi evolutivi degli scenari internazionali, per non subire quella emarginazione che finirebbe per portare nel breve tempo alla crisi di un comparto che attualmente rappresenta livelli di investimento di un 3% della superficie a seminativo nazionale. Può sembrare poco ma ha alle spalle un indotto (maestranze, trasporti, mezzi tecnici) che è ben superiore a livelli di economia complessiva. Essendo poi la barbabietola una coltura da rinnovo, come ricordato in precedenza, le conseguenze ricadrebbero anche sull’intero avvicendamento, sia a livello agronomico-sanitario (compattazione del terreno, maggior virulenza delle malattie), oltre ovviamente a quello economico (diminuzione dei prezzi, legata all’aumento delle altre produzioni ).
I tempi sono maturi per mettere in atto, con maggior celerità e indirizzi più mirati, quel cambiamento che già ha preso avvio negli ultimi anni, ma che si è dimostrato non sufficiente per mantenere il passo con i mutamenti degli scenari economici e ambientali in atto.
Il terreno acquisisce, a mio giudizio, un ruolo di fondamentale importanza; occorre metterlo nelle condizioni più favorevoli, tali da permettere una valida trasmissione alla coltura degli elementi nutritivi in esso contenuti.

8) LAVORAZIONI PROFONDE

 l suolo deve subire delle lavorazioni di preparazione che devono essere rapportate alle esigenze della coltura che verrà messa a dimora. 
Per quanto riguarda la barbabietola, come ricordato in precedenza, la preparazione dovrà riguardare uno strato di terreno più profondo rispetto ad altre colture quali per esempio i cereali. La aratura profonda alla bietola consente lavorazioni più superficiali per i cereali; in molte zone è diffusa la semina con minima lavorazione o addirittura su sodo. Eliminando la bietola dalla rotazione sarebbero necessari interventi profondi anche per queste colture; i costi lieviterebbero. A mio parere il costo dell’aratura profonda alla bietola dovrebbe in realtà venir ammortizzata nell’ambito della rotazione, anziché imputato unicamente alla bietola.
Le lavorazioni profonde consentono inoltre :

  • un miglior controllo delle infestanti ed in particolare quelle più difficili, quali Equisetum;
  • un più appropriato rimescolamento nello strato di terreno lavorato, dei residui di principi attivi diserbanti distribuiti alle colture precedenti e responsabili a volte di effetti tossici alla bietola;
  • la riduzione dei fenomeni di marcescenza radicale, quali per esempio Rizoctonia e Sclerorium, manifestazioni in progressivo e preoccupante aumento.

Scopo delle lavorazioni di preparazione del terreno deve essere quello di arieggiare il suolo, rendendolo soffice per lo sviluppo delle radici e favorire al tempo stesso lo scambio degli elementi fertilizzanti.
Tendenzialmente l’aratura della bietola è sempre stata prevista ad una profondità di 50-55 cm; nell’ultimo decennio, allo scopo di ridurre i costi di questa operazione (acquisto e gestione delle macchine) l’indirizzo è sempre più rivolto ad una aratura più superficiale, lavorazione che però deve trovare associazione con una ripuntatura a 60-65 cm.
Prove da me condotte in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria agraria dell’Università di Bologna, in oltre dieci anni di sperimentazione sullo stesso terreno ovviamente nel rispetto della rotazione ottimale, hanno dimostrato che lavorazioni superficiali, se non associate a ripuntatura, portano a perdite produttive dell’ordine del 10-15% della PLV.   L’aratura deve essere quindi eseguita ad una profondità non inferiore a 38-40 centimetri; le prove hanno infatti dimostrato perdite dell’ordine del 15% a seguito di ribaltamento del terreno eseguito a meno di 30 cm di profondità.
La ripuntatura e l’aratura possono avvenire in contemporanea con organo discissorio applicato all’estremità del versoio, oppure in momenti separati, importante però che fra i due passaggi l’intervallo sia il più breve possibile per evitare che una pioggia possa vanificare l’effetto della fessurazione. 
Ma se questa tecnica è sembrata la più innovativa fino ad oggi, non è detto che non possa trovare adeguato miglioramento; da una diversa impostazione dei passaggi meccanici di preparazione del terreno sono infatti nate attrezzature in grado di svolgere le operazioni richieste, associando però un miglioramento della zollosità lasciata dall’aratro.
Problema principale dell’aratura è infatti quello di lasciare zolle di terreno che necessitano di successivi passaggi di rifinitura; il calpestamento e i costi aumentano.
Soprattutto poi in aree ad elevata presenza di argilla e caratterizzate da clima secco (vedi Sud e Centro), la disgregazione delle zolle può rappresentare un grosso problema che in certe annate può incidere negativamente sull’andamento della cultura. E’ necessario a volte attendere le piogge per permettere il lavoro di aratura e di rifinitura del terreno; diversamente i mezzi meccanici non riuscirebbero a “penetrare” nel suolo. Le operazioni di deposizione dei semi subiscono un ritardo che finisce necessariamente per incidere negativamente sulla produttività finale (l’esperienza di questa annata ne è la conferma); in particolare quando questa deve avvenire a breve intervallo (in autunno).

9) L’ARATRO ROTATIVO IN SOSTITUZIONE DEL TRADIZIONALE

Con l’obiettivo di individuare sistemi di lavorazione a minor costo, a miglior effetto e in grado di accelerare i tempi delle lavorazioni preparatorie del letto di semina, già da alcuni anni il sottoscritto sta sottoponendo a controllo sperimentale un concetto di lavorazione completamente innovativo: la rotoaratura.

I vantaggi del rotoaratro sono:

  • Eliminazione del problema della formazione di macrozolle e dei solchi da chiudere;
  • Interventi più tempestivi anche in condizioni di scarsa tempera del terreno (importante per gli ambienti siccitosi del Sud);
  • i residui colturali vengono rimescolati in modo più omogeneo e il terreno rimane sufficientemente soffice e ben livellato;
  • In presenza di terreno molto argilloso e bagnato, la suola compatta e liscia che di norma si crea, viene eliminata; le successive lavorazioni di rifinitura risultano più agevolo, meno impegnative e più tempestive;
  • indicato per lavorazioni tardive (dopo soia, mais,sorgo), più difficili da gestire con la aratura, per la presenza di umidità nel terreno a causa delle piogge autunnali (creazione di macrozolle);
  • le radici possono penetrare meglio e l’acqua in eccesso può scendere più liberamente, non creando fenomeni di asfissia;
  • Il consumo di carburante risulta più contenuto, così come lo slittamento dei pneumatici e conseguentemente la loro usura;

A differenza dell’aratura tradizionale la rotoaratura comporta uno sforzo non disassato nei confronti della trattrice, migliorandone quindi le prestazioni e facilitando l’operatore nella guida; lo sforzo di traino si riduce notevolmente grazie alla “spinta” svolta dalle ancore rotative. La capacità di lavoro è superiore rispetto al tradizionale aratro e l’impiego della potenza tramite la presa di forza, migliora il rendimento del trattore.
I vantaggi economici messi in evidenza dalle prove di questi ultimi anni con l’utilizzo del rotoaratro (aumento della PLV, rispetto ad una tradizionale aratura, variabile da un 5-7% in terreni sciolti ad un 20-40% in suoli argillosi), fanno ben sperare per una valida alternativa alla impegnativa aratura profonda richiesta dalla barbabietola, nell’ottica di una innovazione mirata ad una valorizzazione della produzione e ad un contenimento dei costi. 

Box 1 LE CARATTERISTICHE DEL ROTOARATRO

Il rotoaratro è costituito da 18 ancore rotanti (+2 fisse) di lunghezza intorno ai 45 cm. (a denti concavi per terreni tenaci e asciutti oppure convessi per terreni bagnati), che azionate dall’albero motore principale, penetrano con senso rotatorio nel terreno, strappandolo letteralmente e proiettando le zolle verso la griglia posta superiormente; il terreno in tal modo subisce un impatto che ne facilita la disgregazione, prima della ricaduta nella parte sottostante.
A questo attrezzo possono venir applicate anteriormente 2-3 lance ripuntatrici allo scopo di “fessurare” la parte di terreno sottostante l’azione delle ancore rotative (ulteriori 25-30 cm).
La larghezza di lavoro è intorno ai 3 metri (totale m 3,19; circolazione stradale consentita con permesso di polizia) e il peso dell’intero attrezzo raggiunge i 3000 chilogrammi; per il traino è necessario un trattore di potenza superiore ai 180 Kw (250 HP). Velocità di avanzamento intorno ai 3 km/h; capacità di lavoro intorno a 1-1,5 h/ha. 
La rotazione delle ancore può venir regolata in base alle condizioni di umidità del terreno, con apposita leva a tre velocità (40-50-60 giri/min); l’obiettivo è di variare l’impatto delle zolle sulla griglia superiore.

Box 2 I RISULTATI SPERIMENTALI

Indagini condotte recentemente in collaborazione con ARSIA in Toscana, pongono in evidenza perdite economiche del 30% a seguito di lavorazioni tradizionali condotte troppo superficialmente .
Prove condotte negli ultimi due anni nel Veneto, su terreno sciolto in collaborazione con STS Agrotecnico e Veneto Agricoltura, ed in Emilia su terreno argilloso, mettono in evidenza la positiva risposta economica con l’utilizzo del rotoaratro (delle ditte FALC e FURINI) in sostituzione del tradizionale aratro polivomere (grafici 2 e 3). Sensore antislittamento pneumatici: rotoaratro 0-2 ; aratro tradizionale 10-15. 
Le indagini mettono in evidenza con questo attrezzo innovativo  rispetto ad un tradizionale aratro, una riduzione dei consumi di carburante del 10-20% in suoli sciolti e di un 40-50% in quelli argillosi; i tempi di esecuzione si riducono di circa 1/3 ed anche più (vedi note).

CONCLUSIONI
  1.  La lavorazione del terreno è importante per favorire lo sviluppo della radice e per garantire un corretto scambio degli elementi nutritivi; la aratura profonda nella bietola porta benefici anche per i cereali inseriti nell’avvicendamento, consentendo una riduzione delle lavorazioni preparatorie (minima lavorazione o semina su sodo). 
  2. Le macrozolle lasciate dall’aratura richiedono almeno due interventi (frangizollatura ed estirpatura) per ridurne le dimensioni; negli ambienti del Centro-Sud, particolarmente siccitosi, occorre attendere la pioggia (o ricorrere all’irrigazione) per poter intervenire. 
  3. La rotoaratura può sostituire l’aratura tradizionale; lascia il terreno più disgregato, consentendo di risparmiare nelle successive operazioni. Rotoaratro Falc in azione su terreno asciutto e bagnato. 
  4. il rotoaratro è costituito da 18 lance che penetrano in senso rotatorio nel terreno, lo strappano e lo lanciano contro una griglia per la disgregazione delle zolle. 

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