Una lente d’ingrandimento su …

Speranza e temperanza, la giusta “miscela” per dare l’energia necessaria al processo di rinnovamento che imprese e singoli stanno mettendo in atto. Partire dal basso è l’unica strada per un futuro migliore, soprattutto alla luce degli insuccessi della politica globale che, esattamente da 50 anni, ha l’occhio rivolto più all’economia che all’ecologia. Speranza Giubilare di rinsaldare l’antica amicizia fra il Pianeta e la natura che possiamo raggiungere grazie alla nostra temperanza, cioè capacità di controllare il nostro modo di vivere adattandolo alle nuove realtà. Solo così, consapevoli della nostra responsabilità, potremo creare un “casa” (la Terra) più ospitale per tutti. Cinquantanni  fa crebbe nell’opinione pubblica la preoccupazione sulla fragilità della Terra, minacciata dallo sviluppo (boom economico del secondo dopoguerra) che non tenesse conto della tutela dell’ambiente e quindi dei suoi abitanti. Risalgono agli anni ’70 le conferme da diversi studi scientifici sugli allarmi sul buco dell’ozono, causato da inquinamenti atmosferici conseguenti alle attività umane. Ed è da allora  che si parla di politiche ambientali per ripristinare la salute al Pianeta.

Bologna è “una città d ‘acque”con canali artificiali creati nel Medioevo dai fiumi Reno e Savena.Nella riqualificazione delle piazze è importante raccogliere l’acqua piovana sull’esempio di Piazza Cortevecchia a Ferrara

Non solo emissioni Con l’obiettivo di salvaguardare il Pianeta e la nostra salute, ci stiamo preoccupando  di contenere le emissioni in tutte le nostre attività, poi perdiamo di vista, o ancor peggio, non facciamo nulla per proteggerci dagli alimenti che arrivano dall’extra Europa con valori di salubrità altamente preoccupanti.  La globalizzazione del mercato alimentare ha i suoi lati positivi sull’economia nazionale (non sempre), ma  va gestita con oculatezza. Controllare la salubrità degli alimenti che finiscono sulle nostre tavole è importantissimo e lo si fa con tutto quanto prodotto in Italia. Ma per le derrate che arrivano dall’extra Europa? Fin dagli ultimi anni (fine ‘900) della mia esperienza lavorativa segnalai, in seno alla Commissione Ue e ai Ministeri italiani,che i prodotti agricoli in arrivo al di fuori dell’Europa vengono coltivati con tecniche che fanno uso di sostanze chimiche da noi da anni vietate per l’elevata tossicità ambientale e umana. Evidentemente ci sono “muri” difficili da abbattere!D’altra parte è di dominio pubblico che queste molecole vengano ugualmente prodotte dai colossi della chimica, ed è quindi logico pensare che da qualche parte del pianeta le venderanno. Ma i nostri controlli determinano queste molecole tossiche? Mi risultava di no: ci si limiterebbe ai principi attivi registrati in Ue! E credo sia ancora così, tanto più che gli agricoltori di Italia ed altri Paesi stanno contestando l’accordo Mercosur, proprio per la preoccupazione sulla salubrità dei prodotti che verranno importati da quelle aree. Preoccupazioni confermate da studi scientifici recenti che evidenziano infatti la presenza negli alimenti di sostanze chimiche vietate da tempo (es. il DDTdal 1978),dei neonicotinoidi e quelli non rinnovati o revocati dall’Ue. Ne sono un esempio le banane: già da anni viene segnalato che ben pochi marchi (dei 20 più diffusi)non presentano nella polpa tracce di pesticidi/fungicidi tossici, con alcune sostanze persino vietate nell’Ue.Situazione confermata anche dalle più recenti analisi condotte da vari Organismi E ciò confermerebbe la mia tesi che il target dei controlli si è spostato dai vecchi pesticidi ai nuovi composti chimici registrati e autorizzati nell’Ue. Ma molte merci arrivano al di fuori dell’Europa dove si usano molecole pericolose e vietate in Ue!  Le normative vanno adeguate ai tempi per garantire sì il libero commercio, ma salvaguardando la salute di tutti noi!Propongo di istituire l’obbligo per le imprese extra Ue che esportano in Europa, di dimostrare l’utilizzo di fitofarmaci conformi alle normative Ue. Sarebbe già un grosso passo verso un futuro migliore! Preoccupano anche i pericolosissimi e persistenti PFAS (usati in pentole antiaderenti,imballaggi alimentari),che causano la contaminazione, della catena alimentare (tossicità per l’uomo), di suolo, acqua e ambiente. Questi complessi sintetici ed eterni non si degradano facilmente, anche se recentemente  un laboratorio dell’Eth di Zurigo è riuscito ad ottenere una tecnica (piezocatalisi) per separare e distruggere i cristalli. La Ue sta lavorando per vietare l’uso di queste molecole, ma il processo è molto lento!!!Va salvaguardato anche il nostro potere d’acquisto. L’Antitrust (Garante per il consumo) ha aperto una indagine conoscitiva sulla fiammata dei prezzi dei prodotti alimentari presenti negli scaffali della grande distribuzione: dal 2021 a fine 2025 sono aumentati del 24,9%, 8 punti in più dell’inflazione. Inoltre si è registrato un rincaro risicato dei prezzi pagati agli agricoltori, già compressi e largamente insufficienti. Quant’è che segnalo che la forbice è ingiustificata?.Per esempio (dati Ismea) un kg di mele golden sugli scaffali è a € 2,10-3, mentre in campagna viene pagato 0,82. Vi pare possibile un ricarico di €/kg 1,28-2,18 ? Non ci sono quindi solo le emissioni su cui concentrare gli sforzi delle Istituzioni! Agricoltori e consumatori meritano una maggiore attenzione dalla politica.

Eco-novità- Raggiunto in Ue l’accordo su riduzione delle emissioni del 66-72% entro il 2030 per arrivare all’obiettivo dell’85% al 2040 rispetto ai livelli 1990:possibilità di utilizzare un 5% dei crediti di carbonio generati a livello internazionale. La normativa Ue sulla Responsabilità  Estesa del Produttore (Epr) sta per obbligare l’industria a farsi carico del fine-vita dei prodotti. Alcune aziende sono già attive sul riciclaggio, come per esempio la Ommi che fin dagli anni ’80 possiede macchine dedicate alla rigenerazione dei tessuti usati per produrre nuovi filati.Questo fa sperare, con il nostro aiuto, in una industria tessile sempre meno inquinante.Altro buon esempio è la ricerca di nuove specie di funghi molto utili nella bioedilizia (pannelli fonoassorbenti,rivestimenti) e altri funghi (Pleurotus) o microrganismi (Aspergillus tubingensis) per risanare i suoli inquinati: assorbono metalli pesanti e degradano idrocarburi e plastica.Molti Paesi stanno impegnandosi per rilanciare le rinnovabili e  raggiungere l’autonomia energetica.L’Africa ha dato il via al più grande sito idroelettrico sul Nilo in grado si produrre 5mila MW di elettricità. L’Italia va invece ad acquistare l’elettricità all’estero a prezzi bassi(nuovo cavo sottomarino che trasporterà oltre 1000 MW dal Montenegro-costo €500milioni).Non possiamo crearcela a prezzi bassi anche noi che siamo leader nell’idroelettrico, !!!  L’ attuale convivenza con incendi e inondazioni, mi porta a pensare alla necessità di salvaguardare non solo il territorio, ma anche la storia, quella storia “maestra di vita”; e proprio ricordando i danni arrecati  dalle ultime alluvioni in Romagna, a libri e documenti antichi e al costo per il loro recupero, mi viene da riprendere il famoso detto “prevenire è meglio che curare”. E per conservare la storia, sono oggi disponibili appositi armadi a prova di fuoco e acqua, già presenti nei Musei Vaticani, Turchi ed in altre parti del pianeta: propagandiamoli per evitare di perdere un così importante Tesoro!

La scienza partecipata MUSE raggiunge la Groenlandia

Una spedizione del MUSE – Museo delle Scienze ha posto le basi, in Groenlandia orientale, per un nuovo progetto di ricerca bio-culturale che integra archeologia, storia ambientale e scienze naturali. L’iniziativa nasce dalla collaborazione con The Red House Greenland Foundation e si fonda su un approccio all’indagine scientifica partecipativo e decoloniale, sviluppato insieme alle comunità locali dell’area di Tasiilaq. Al centro del progetto vi è la valorizzazione condivisa, dal punto di vista scientifico e culturale, di un antico insediamento invernale Inuit.  Tra la fine di agosto e la metà di settembre 2025 un team di ricercatrici e ricercatori del MUSE – Museo delle Scienze, composto da Matilde Peterlini, Chiara Fedrigotti e Mauro Gobbi, ha svolto una visita preliminare in Groenlandia orientale per valutare la fattibilità del progetto. 

La richiesta è arrivata al MUSE – Museo delle Scienze di Trento nel 2024 attraverso The Red House Greenland Foundation, fondazione istituita dall’esploratore altoatesino Robert Peroni che ha come obiettivo il miglioramento della qualità della vita della popolazione locale, mediante lo sviluppo di progettualità condivise come l’attivazione di micro-economie basate sulla conoscenza e la tutela del patrimonio naturale e culturale. Nello specifico è stato chiesto al museo di valutare la possibilità di avviare un progetto di ricerca e valorizzazione storico-archeologica del promontorio di Ittimiini, nei pressi di Tasiilaq, dove sono conservati i resti di un antico insediamento invernale Inuit. 

«Il MUSE – spiega il direttore MUSE Massimo Bernardi – è da tempo impegnato in progetti di ricerca in alta montagna, con particolare attenzione alle trasformazioni innescate dai rapidi cambiamenti climatici in corso. In anni recenti abbiamo inoltre sviluppato maggiori competenze rispetto alla scienza partecipata, a partire dallo sviluppo delle domande di ricerca assieme le comunità locali. È un modo di concepire la scienza in senso territoriale, privilegiando la diretta utilità pubblica, che adottiamo sulle Alpi, dove operiamo quotidianamente, così come alle alte latitudini, sistemi eco-sociali che per molti aspetti mostrano importanti analogie». 

Il contesto geografico e storico 

Tasiilaq si trova sulla costa orientale della Groenlandia, poco al di sotto del Circolo Polare Artico. È il principale centro abitato dell’area, con circa 1.900 abitanti, mentre la popolazione complessiva della regione – distribuita anche in altri cinque piccoli villaggi – raggiunge circa 3.000 persone. Il territorio è caratterizzato da tundra artica, paesaggi montuosi, profondi fiordi e lingue glaciali che dalla calotta groenlandese scendono fino al mare. La frequentazione umana dell’area risale a circa 4.000 anni fa. La popolazione Inuit attuale, localmente denominata Iivit o Tunumiit, discende probabilmente dalla cultura di Thule, giunta nella regione tra il XV e il XVI secolo. A partire dalla fine dell’Ottocento, le spedizioni europee segnarono l’inizio della colonizzazione danese, che comportò profondi cambiamenti culturali e sociali. Solo dalla seconda metà del Novecento si è avviato un processo di autodeterminazione, tuttora in corso e oggi strettamente intrecciato alle sfide ambientali, economiche e geopolitiche legate al cambiamento climatico in Artico. 

Un approccio partecipativo e decolonizzato alla ricerca 

«Fare ricerca in Groenlandia significa inserirsi in un contesto delicato, nel quale è fondamentale che l’attività scientifica – soprattutto sui temi legati alle comunità Inuit – supporti e accompagni i processi di autodeterminazione. Questo implica adottare un approccio partecipativo e responsabile, capace di riconoscere il valore delle conoscenze locali e di costruire relazioni basate sul dialogo, sul rispetto reciproco e sulla condivisione degli obiettivi della ricerca», sottolineano Peterlini, Gobbi e Fedrigotti (MUSE).  Coerentemente con questi principi, la visita preliminare ha avuto l’obiettivo di stabilire un dialogo diretto con le istituzioni locali, in particolare con l’Ammassalik Museum di Tasiilaq, e di valutare modalità di collaborazione fondate sulla co-costruzione del progetto. La ricerca è concepita come un processo condiviso, che coinvolga attivamente la comunità locale nelle fasi di pianificazione, realizzazione e restituzione dei risultati. 

L’approccio di ricerca interdisciplinare integra prospettive storico-archeologiche e di storia ambientale in una cornice bio-culturale, con particolare attenzione all’evoluzione del rapporto tra ambiente e società.  L’indagine preliminare si è concentrata in particolare sull’interesse della comunità per la ricostruzione della storia dell’insediamento di Ittimiini e sull’analisi dell’evoluzione del rapporto tra ambiente e società. Attraverso studi preparatori, interviste e ricognizioni sul campo è stato possibile esplorare come il passaggio dal nomadismo alla sedentarietà, insieme ai recenti cambiamenti socio-economici e ambientali, stia riconfigurando le relazioni tra comunità e territorio. 

Prospettive future 

La missione ha permesso di raccogliere indicazioni metodologiche per lo sviluppo di un progetto di ricerca bio-culturale di ampio respiro che verrà sviluppato con la comunità locale, per rispondere a un interesse reale. In particolare, la componente anziana e adulta della comunità considera urgente la riconnessione con il proprio passato come strumento per rafforzare l’identità culturale e trasmettere conoscenze alle nuove generazioni, anche come forma di riconciliazione con i traumi del periodo coloniale.  In un Artico in rapido mutamento, una maggiore consapevolezza storica e ambientale può contribuire a sostenere i processi di autodeterminazione e la partecipazione attiva alle decisioni future.   Il progetto offre un interessante parallelismo con il contesto alpino, dove i processi di urbanizzazione del secondo dopoguerra hanno inciso sulle forme di mobilità stagionale (alpeggio, fienagione, legname, produzione di carbone di legna) e di conseguenza sulle conoscenze ambientali. Il confronto tra Artico e Alpi potrebbe contribuire a comprendere come il cambiamento climatico, pur trasformando profondamente i saperi ambientali tradizionali, possa anche generare nuove forme di conoscenza utili ai processi di adattamento. 

Un racconto della spedizione è disponibile su MUSExtra, il blog del museo, con “Diario Artico”.

Al via FloraDiva

Il progetto di digitalizzazione e valorizzazione del patrimonio botanico del MUSE che prevede anche il coinvolgimento della cittadinanza 150.000 campioni botanici riordinati, digitalizzati, descritti e valorizzati attraverso un lavoro attento e minuzioso che ha coinvolto numerosi partner, introducendo anche l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e la collaborazione fattiva di cittadine e cittadini. Si tratta del risultato atteso per febbraio 2027 da FloraDiva, il progetto del MUSE dedicato al proprio erbario, l’Herbarium Tridentinum, in questi giorni a Firenze per il processo di digitalizzazione in collaborazione con il National Biodiversity Future Center. Con FloraDiva il MUSE, supportato dalla Fondazione Caritro e in partenariato con il Museo Civico di Rovereto, rende digitalmente accessibile e valorizza un patrimonio di grande valore scientifico, storico e culturale e lo restituisce alla cittadinanza e alla comunità scientifica. Le azioni del progetto si sviluppano in varie fasi: miglioramento delle condizioni di conservazione, digitalizzazione di oltre 100.000 reperti, sperimentazione di nuove metodologie per l’estrazione di dati con il supporto dell’intelligenza artificiale, coinvolgimento di cittadine e cittadini in un progetto di crowdsourcing e la realizzazione di un nuovo allestimento museale.

“Negli ultimi decenni, la consapevolezza dell’importanza delle collezioni di storia naturale è enormemente cresciuta a livello mondiale” – spiega la responsabile delle collezioni MUSE Maria Chiara Deflorian  “Le collezioni di storia naturale sono, oltre che una fondamentale base di dati per la ricerca scientifica, anche una testimonianza storica e culturale.  Sono beni culturali nel senso più ampio del termine, fondamentali nell’interpretazione dei processi naturali e umani e nella comprensione delle trasformazioni ambientali nel tempo. Fondamentale in questo senso è la digitalizzazione che, attraverso la realizzazione di banche dati, foto e modelli tridimensionali, consente di creare un gemello digitale degli oggetti fisici potenziando le attività di conservazione, studio, valorizzazione e accessibilità”.  

Tra i progetti in cui opera MUSE spicca la collaborazione con il National Biodiversity Future Center (NBFC) che, grazie al sostegno del PNRR, sta consentendo la digitalizzazione massiva delle più importanti collezioni botaniche nazionali tra le quali figura  anche l’Erbario di Trento.  

L’erbario del MUSE 

Un erbario descrive il mondo naturale attraverso una raccolta organizzata di campioni botanici. Dopo il prelievo in natura, le piante vengono essiccate per poter essere conservate indefinitamente. In un erbario con finalità scientifiche, ogni campione è sempre accompagnato da un cartellino che ne riporta i dati principali, come la specie di appartenenza, la data e la località di raccolta, il raccoglitore. Queste informazioni connotano l’erbario come un archivio insostituibile, uno strumento di ricerca indispensabile che racchiude importanti dati scientifici sulla diversità vegetale e sulla sua evoluzione nel corso del tempo.  
“L’Erbario del MUSE, denominato Herbarium Tridentinum, è inserito tra i più di 4.000 erbari registrati all’interno di Index Herbariorum – il registro internazionale che riunisce tutti gli erbari del mondo ed è annoverabile tra i più importanti d’Italia”, continua Deflorian. “Esso conserva più di 150.000 campioni di piante, muschi, licheni e funghi, raccolti a partire dall’inizio del 1800 ad oggi, provenienti dal Trentino, dall’Alto Adige, dal resto d’Italia e da località estere di tutti i continenti”.  
A livello regionale è l’erbario più importante per consistenza complessiva e per ricchezza di campioni storici, particolarmente utili per descrivere l’evoluzione della biodiversità vegetale nel tempo. Tra i 72 differenti corpora in cui è organizzato, molti sono legati all’opera di importanti botanici del XIX e XX secolo. Tra questi, ad esempio, Francesco Facchini, Francesco Ambrosi, Enrico Gelmi, Gustavo Venturi, Pietro Porta, Giacomo Bresadola, Giuseppe Dalla Fior. 

Il progetto FloraDiva 

Questo importante patrimonio è al centro del progetto FloraDiva, in cui la tecnologia e il digitale incontrano lo studio e la valorizzazione delle collezioni museali. Attraverso FloraDiva il MUSE rende accessibile il suo patrimonio, restituendolo al pubblico e alla comunità scientifica.  
Le fasi del  progetto comprendono azioni di  curatela dell’erbario, attraverso il montaggio di oltre 85.000 campioni, fissando su nuovi fogli di carta le piante e i propri cartellini. Per la realizzazione di questa parte di operazioni, il MUSE è stato supportato da LANT, società con sede a Luserna con solido expertise nel campo della digitalizzazione dei beni culturali. 
Segue la digitalizzazione, ossia l’acquisizione digitale dei campioni d’erbario. Partecipando al grande  piano di digitalizzazione massiva nazionale coordinato dal National Biodiversity Future Center (NBFC), l’erbario MUSE diviene parte di un percorso epocale per la  digitalizzazione delle collezioni scientifiche in Italia, che aprirà le porte alla condivisione dei dati con il pubblico e con la comunità scientifica poiché i dati e le immagini verranno resi disponibili online e chiunque potrà accedervi per motivi di studio o anche solo per curiosità o interesse. 
Questo ingente progetto di digitalizzazione consente per la prima volta di valorizzare in maniera ampia e coordinata le collezioni naturalistiche italiane, con un focus su quelle botaniche. L’Italia possiede infatti una ricca rete di musei di storia naturale ed erbari, disseminati in tutta la penisola, con esemplari storici raccolti in tutto il mondo nei secoli passati”, commenta Elena Canadelli dell’Università di Padova, Responsabile Scientifica del progetto di digitalizzazione nazionale. “Il progetto promosso da NBFC dà avvio a un ambizioso programma di mappatura e acquisizione della biodiversità storica italiana depositata in queste collezioni uniche, tra le più rilevanti in Europa.” 
Lorenzo Cecchi, curatore dell’Erbario Centrale di Firenze, ha seguito passo a passo ogni fase della digitalizzazione: “Si tratta di un’attività complessa e molto delicata, che richiede una perfetta integrazione tra aspetti logistici, gestionali, informatici e di post-produzione di dati e immagini, con l’utilizzo di tecniche altamente avanzate per acquisire l’immagine dei campioni presenti sui fogli conservati nell’erbario, senza comprometterne lo stato di conservazionePer un’operazione su così larga scala, è fondamentale la collaborazione tra noi curatori e la ditta specializzata nella digitalizzazione. Utilizzando la tecnologia a nastro trasportatore messa a disposizione della ditta olandese Picturae, leader mondiale nel settore, ogni giorno riusciamo a digitalizzare circa 12.000 campioni.”
Una terza fase utilizzerà l’intelligenza artificiale, prevedendo anche il coinvolgimento della cittadinanza. L’applicazione di algoritmi di IA consentirà di estrarre i dati dai campioni d’erbario e di organizzarli secondo gli standard in uso in ambito scientifico. Questa azione sarà realizzata in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste, che da decenni lavora a progetti dedicati alla gestione di banche dati di biodiversità. 
Sarà inoltre realizzato un progetto di citizen science con l’impiego di una piattaforma di crowdsourcing che consentirà di coinvolgere il pubblico e renderlo parte attiva del progetto. Chiunque, infatti, potrà – dopo apposita formazione – interpretare e trascrivere i cartellini manoscritti associati alle piante fotografate e caricate sulla piattaforma. 
Le informazioni acquisite saranno in fine rese disponibili grazie ad un exhibit multimediale che verrà sviluppato dal museo con il supporto scientifico della Fondazione Museo Civico di Rovereto e che diverrà parte del nuovo percorso espositivo MUSE. Un’occasione per porre in dialogo il prezioso patrimonio museale, di cui l’Erbario di Trento costituisce un elemento d’eccezione, con tutte le visitatrici e i visitatori del museo.

Oltre il traguardo. La scienza che muove lo sport

1° febbraio - 27 settembre 2026 MUSE – Museo delle Scienze. Trento

Come ci si prepara per affrontare una gara olimpica? Come ci si allena, che attrezzature si utilizzano e quanto incide la tecnologia sui risultati ottenuti? “Oltre il traguardo. La scienza che muove lo sport” è la nuova mostra originale e interattiva del MUSE di Trento che dal 31 gennaio al 27 settembre 2026 porta alla scoperta di ciò che contribuisce alle prestazioni olimpiche. La mostra promuove l’attività sportiva quale pratica di salute e di benessere e invita a scoprire come scienza e tecnica applicate alla pratica di atlete e atleti consentano loro di raggiungere prestazioni di alto livello e rendano lo sport accessibile a tutte e tutti. L’iniziativa fa parte del progetto culturale di sistema “Combinazioni_caratteri sportivi”, ideato e promosso dall’Assessorato alla Cultura della Provincia autonoma di Trento e si inserisce nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che promuovendo il dialogo tra arte, cultura e sport accompagna i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali ospitati dal nostro paese.
“Nell’occasione delle Olimpiadi e delle paralimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, che vedono protagonista anche il Trentino, racconta il presidente del MUSE Stefano Bruno Galli, il MUSE è presente con la proposta di una mostra che spiega i segreti più profondi dello sport, analizzando le capacità fisiche e le prestazioni dell’essere umano attraverso i principi scientifici alla base delle discipline sportive, l’innovazione tecnologica e la meccanica del movimento. Secondo una prospettiva più ampia, tuttavia, il vero traguardo è guardare a un domani di crescita, accettando le sfide che la vita ci lancia. Nei fatti, oltre il traguardo agonistico, c’è quello della vita quotidiana, che è fatta di successi e di sconfitte. Con questa mostra intendiamo svelare i segreti delle vittorie, non solo per gli sportivi, ma per tutti coloro che guardano al futuro con ottimismo e curiosità”.
Allestita in occasione dei Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano Cortina 2026, la mostra viene proposta nello spazio del museo dedicato alle esposizioni temporanee: oltre 500 mq in cui si possono trovare exhibit interattivi, playground – come un piccolo campo da sitting volley e una pista da floor curling. Oggetti originali, attrezzature da competizione e test di ricerca, facilmente utilizzabili da ogni persona, permettono di sperimentare come un atleta si prepara per affrontare una gara olimpica, conoscerne le storie, toccarne gli strumenti, provare in prima persona le attrezzature per l’allenamento e toccare con mano alcuni adattamenti paralimpici, tra i quali l’handbike o le protesi utilizzate nelle competizioni di atletica leggera.
Vengono illustrati principi fisici su cui si basano le discipline sportive, raccontati gli studi che vengono svolti sulle prestazioni delle atlete e degli atleti e che, proprio grazie al metodo scientifico applicato al gesto atletico e alle attrezzature, consentono di migliorare i record, nonché la preparazione psicologica che prepara alla gara. Una sezione della mostra è inoltre dedicata all’importanza dell’attività fisica quotidiana e dei comportamenti virtuosi che, uniti a uno stile di vita sano, contribuiscono al benessere psico-fisico.
Tra i pezzi di maggior interesse, in mostra si trovano la bicicletta Colnago Y1Rs gialla usata da Tadej Pogačar per l’ultima tappa del Tour de France 2025 e la sua maglia gialla, l’handbike e la medaglia d’oro conquistata alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro 2016 da Vittorio Podestà, in staffetta con Alex Zanardi, e il Kayak K1, con cui nel Daniele Molmenti ha vinto l’oro Olimpico a Londra 2012. 
“Per la mostra – spiega Robert Burli, mediatore culturale del MUSE che ne ha curato l’allestimento – abbiamo scelto di dare rilevanza a sport tipicamente invernali, come il curling, e alle discipline in cui l’Italia ha vinto recentemente dei titoli olimpici. Per le discipline paralimpiche abbiamo posto l’accento sulla componente tecnologica, sottolineandone l’efficacia in termini di accessibilità e inclusione”. 

L’impianto spaziale: Playground e sistema espositivo 

L’allestimento, progettato da Dotdotdot, è concepito come uno spazio inclusivo e condiviso, in cui la progettazione dell’esperienza di visita trasforma la dimensione fisica dell’esperienza in uno strumento per veicolare i contenuti scientifici, grazie a un allestimento aperto, una grafica chiara e riconoscibile e una disposizione inclusiva di reperti e attività.
Il progetto di allestimento si fonda sul principio di accessibilità universale, inteso come elemento strutturale che guida le scelte spaziali, formali e narrative. L’obiettivo è creare un’esperienza di visita che sia simultaneamente fisica, cognitiva e relazionale. L’inclusione è garantita attraverso l’interazione e la concreta possibilità per tutti i pubblici di partecipare attivamente allo spazio museale. La mostra si articola attorno a due nuclei principali: al centro dello spazio espositivo si sviluppa il Playground, un’arena informale dedicata all’esercizio fisico, al gioco e alla relazione. Lo spazio riprende la segnaletica sportiva e gli elementi grafici tipici dei campi da gioco e si organizza in cinque sezioni tematiche corrispondenti ai cerchi olimpici: destrezza, velocità, forza, resistenza e pratica sportiva.
In quest’area sono proposte attività hands-on che seguono la logica del learning by doing, consentendo a chi visita di comprendere fenomeni scientifici complessi attraverso l’esecuzione di esercizi e gesti atletici. Lungo il perimetro si sviluppa un sistema modulare di pedane espositive “a forbice”, dedicate all’esposizione di oggetti sportivi e reperti. La regolabilità delle pedane in altezza e inclinazione consente una fruizione diretta e non gerarchica degli oggetti e allo stesso tempo accessibile a persone di età, stature e abilità differenti senza mediazioni forzate. 

Linguaggio visivo, orientamento e flessibilità

Anche la progettazione del linguaggio visivo e cromatico veicola l’organizzazione dello spazio. Ogni sezione è identificata da un colore che funge da codice narrativo, garantendo coerenza tra grafiche, superfici e aree di gioco. La grafica è progettata secondo criteri rigorosi di leggibilità e contrasto, contribuendo a rendere l’esperienza accessibile anche sul piano cognitivo. Questa scelta favorisce un orientamento intuitivo e una fruizione libera, senza imporre un percorso di visita predefinito. L’allestimento infatti non prevede un percorso obbligato, ma, anche grazie all’assenza di spazi chiusi, favorisce un alto grado di personalizzazione della visita. 

Contributo tecnico scientifico

Il Ce.Ri.S.M. (Centro di Ricerca “Sport, Montagna e Salute”) ha contribuito alla realizzazione di un’area dedicata ai test di valutazione funzionale su atlete e atleti, inserita nello spazio dedicato alla “Forza”. Quattro le attrezzature in mostra: Test di salto in alto da fermo; Test dei tempi di reazione (a uno stimolo luminoso); Test di forza o hand grip; Test di flessibilità del tronco, o sit and reach. Per ogni test, il Ce.Ri.S.M. offre alcune tabelle di riferimento che mostrano i valori medi delle performance di atlete e atleti, in base all’età o alla disciplina. È presente, inoltre, un video girato interamente al centro, in cui i tre membri del comitato scientifico della mostra, Barbara Pellegrini, Roberto Modena e Lorenzo Bortolan raccontano l’attività di studio condotta. Sullo sfondo l’atleta di sci di fondo Maria Eugenia Boccardi, ripresa durante l’allenamento. 

Accessibilità 

La mostra è priva di barriere architettoniche; grazie ai BlindTag, un sistema che consente alle persone cieche e ipovedenti di orientarsi, ma è fruibile da tutte le persone in visita, chi lo desidera può accedere ai contenuti in modo autonomo tramite informazioni audio. A disposizione anche mappe tattili della mostra, video interviste con traduzioni in LIS (Lingua dei Segni Italiana) e in IS (International Sign); 

Per il periodo di apertura della mostra verranno proposte inoltre visite guidate tattili e visite guidate in LIS.  

«In Oltre il traguardo, l’accessibilità non è un requisito, ma una postura progettuale, insieme all’interazione», dice Laura Dellamotta, General Manager di Dotdotdot. «Abbiamo immaginato una visita costruita su registri diversi, in cui ciascuno può scegliere il proprio livello di coinvolgimento e di approfondimento, muovendosi in uno spazio libero e personalizzabile. L’interazione fisica mette in relazione il corpo con l’ambiente espositivo e, attraverso l’esperienza diretta del movimento, trasforma il gesto in uno strumento di comprensione, rendendo la conoscenza scientifica accessibile sul piano fisico e cognitivo. È l’approccio che Dotdotdot porta avanti da sempre, nella convinzione che il museo sia prima di tutto un luogo aperto di scambio culturale e non solo cognitivo, uno spazio in cui costruire esperienze condivise, attivare relazioni e sviluppare una consapevolezza che nasce dall’incontro tra persone, contenuti e pratiche». 

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