Nel mese di novembre 2025, dal 10 al 21,  si è tenuta a Belem in Brasile, nel cuore della foresta amazzonica la 30esima COP  ( Conference of the Parties) annuale organizzata dai vertici delle Nazioni Unite per fare il punto e decidere azioni sui cambiamenti climatici. Alla conferenza, durata 11 giorni, hanno partecipato i rappresentanti di 198 parti (197 paesi sovrani più l’Unione Europea).

Si allega il link del documento finale  concordato tra i partecipanti ai lavori .

https://knowledge4policy.ec.europa.eu/publication/cop30-final-document

I punti salienti del documento sono i seguenti.

  •       Riconoscimento della crisi climatica
  •       Obbiettivo 1,5 °C
  •       Finanza climatica
  •       Combustibili Fossili
  •       Strumenti di accelerazione
  •       Approccio centrato sulle persone

Le principali critiche sono state le seguenti.

Mancanza di azione piu’ incisiva sulla sostituzione delle fonte fossili. Infatti non si prendono impegni vincolanti su programmi  temporali precisi sul phase out di tali fonti fossili che pur sono considerate la causa principale dei cambiamenti climatici.

Lentezza dei progressi per raggiungere gli obbiettivi stabiliti nelle precedenti sessioni. Rispetto alla gravita’ della situazione non sembra che gli organi decisori prendano e non implementino decisioni con la necessaria celerita’ suscitando ondate di proteste legittime soprattuto dalla pare di popolazione piu’ giovane che di questo passo sara’ quella subira’ maggiormente gli effetti di tali cambiamenti.

Coperture finanziarie.  Anche se si promette un impegno finanziario triplicato non sono precisati i dettagli degli stanziamenti promessi e soprattutto i finanziamenti sarebbero rivolti ad alleviare gli effetti meno che a rimuovere le cause dei cambiamenti climatici.

Seguiranno ora sintesi di alcuni articoli della stampa nazionale ed internazionale (tradotti in italiano) che riportano analisi sulle conclusioni della conferenza. Per leggere gli articoli interi basterà avvalersi del QR code che vedete.

Sole 24 ore

La scena finale della Cop30 a Belém sembra l’atto conclusivo di un dramma già scritto: la promessa di una road map globale per l’uscita dai combustibili fossili evapora all’alba di sabato 22 novembre, dopo trattative notturne che ricordano più un negoziato di tregua che una conferenza sul clima. La presidenza brasiliana aveva alimentato l’illusione del “miracolo”: chiudere in anticipo, consegnare un testo storico, realizzare ciò che a Dubai era sembrato solo l’inizio. L’ambizione si è trasformata in cautela, poi in ritirata. Nel documento finale la parola “road map” sparisce, insieme a qualsiasi riferimento diretto all’abbandono di petrolio, gas e carbone. Rimane un “acceleratore di implementazione” volontario, un forum più che un piano, l’ennesimo contenitore in cui mettere speranze future che non disturbino i petro-Stati. 

Avvenire

Doveva essere la “Cop della verità”. Lo aveva detto il presidente Luiz Inácio Lula da Silva alla vigilia della Conferenza Onu sul clima (Cop30) di Belém. E lo è stata. Il vertice amazzonico ha rivelato, in modo inequivocabile, la drammaticità dello scenario planetario attuale.

Cartina di tornasole dell’attualità, si potrebbe dire con un linguaggio laico. L’analista climatico Ed King ha ringraziato, con una punta di ironia, Lula per avere “regalato” ai partecipanti un’immersione nel presente in cui vive buona parte del mondo: temperature intorno ai 30 gradi, 80 per cento di umidità, piogge torrenziali che distruggono i mezzi di sussistenza e scarse risorse per difendersi. Quella realtà che una manciata di Grandi rifiuta di vedere. Perché va contro i suoi interessi, i quali non coincidono con il resto del globo. Non è una novità.

New York times

Il mondo può combattere il cambiamento climatico senza l’America?

In questa settimana di Novembre 2025, leader di tutto il mondo si incontrano ai margini dell’Amazzonia, a Belém, in Brasile, per i loro colloqui annuali sul clima.

I leader di Cina, Russia e Giappone non saranno presenti. Né i leader di Australia, Indonesia o Turchia. Ma l’assenza più notevole è quella degli Stati Uniti che la prima volta, da quando i paesi hanno iniziato a riunirsi 30 anni fa , non invieranno alcun alto funzionario.

Donald Trump ha definito il cambiamento climatico una bufala e ha già preso provvedimenti per invertire la  riduzione dell’uso di combustibili fossili in patria. Inoltre, ha inferto un duro colpo agli sforzi di altri Paesi per ridurre le emissioni, annullando un limite internazionale alla produzione di plastica derivata dal petrolio e vanificando la prima tassa al mondo sulle emissioni del trasporto marittimo .

Ma gli Stati Uniti , pur avendo solo il 2% delle riserve accertate, sono il maggiore produttore di petrolio e il maggiore esportatore di gas naturale. Sono anche il paese più ricco del mondo, il che è importante.  I paesi poveri, che hanno contribuito molto poco al cambiamento climatico, dipendono dalle nazioni più ricche per adattarsi a un mondo più caldo e per la transizione verso forme di energia più pulite.

Gli anni più caldi mai registrati

Nonostante questi sviluppi, la temperatura continua a salire. Gli ultimi 10 anni sono stati i più caldi mai registrati, e il 2024 è stato il più caldo di sempre, con il caldo estremo che ha ucciso gli operatori elettorali in India e i pellegrini in pellegrinaggio in Arabia Saudita.

Fonte: Copernicus/ECMWF | Temperature globali a confronto con la media di fine XIX secolo | Di The New York Times 

L’America è un Paese grande e importante, e il modo in cui sceglierà di agire influenzerà il futuro di tutti. Ma il cambiamento climatico è in atto, e il mondo dovrà adattarsi. Come ha affermato un esperto di climatologia, “Dobbiamo agire con o senza gli Stati Uniti”.

Alcune considerazioni personali.

Davanti a prove evidenti sulle cause ed effetti dei cambiamenti climatici evidenziati dalla comunità scientifica e dalle nostre esperienze dirette,  dobbiamo fare scelte importanti e dirimenti che possono anche causare traumi di natura economica  per la conversione che il nostro sistema è chiamato a fare sui processi di organizzazione produttiva e sociale. Ma sarebbe ben più grave e rischioso  assistere in modo complice e supino ad un degrado ambientale di cui non si conosce bene la portata  ne’ la possibile reversibilità’ , senza fare il necessario per tentare quanto meno di mitigare le conseguenze di un processo deleterio che ormai si è avviato su scala planetaria. Non si comprende bene come mai le nostre autorità governative , pur riconoscendo che dipendiamo in maggioranza da risorse energetiche estere , non seguano il ritmo di sviluppo delle fonti rinnovabili alla stregua delle nazioni europee più virtuose non solo a beneficio dell’ambiente ma anche dell’autonomia energetica. Tanto più che l’Italia ha un clima e un territorio che si presta bene a massimizzare la produzione da fonti alternative. Tra l’altro con i costi degli equipaggiamenti per produrre e accumulare energie rinnovabili che negli ultimi anni hanno continuato a calare e sono diventati molto competitivi non si riesce a intravedere la ratio se non legata a meri  interessi settoriali. E’ vero che le fonti rinnovabili necessitano di affinare i sistemi di regolazione delle variazione di produzione  dovuta alla loro intermittenza e per evitare squilibri sulla stabilità della rete elettrica . Ciò vuol dire che in questo periodo transitorio bisognerà convivere con fonti fossili (possibilmente le meno inquinanti) ma accelerando gli investimenti in sistemi di accumulo sempre più sviluppati nei paesi trainanti la rivoluzione delle fonti rinnovabili.

Prossima conferenza COP31 in Turchia ad Antalya nel novembre 2026.

 

 

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